A chi non è capitato di sentire o di chiedersi: ma nel 2026 è davvero ancora necessario fare coming out?

Se sappiamo che anche questo termine è cambiato, insieme alla comunità LGBTQIA+, dalla sua nascita a fine ‘800 a oggi, perché allora non pensare a una nuova chiave di lettura dell’inevitabile confronto tra l’identità queer e le istituzioni eterocispatriarcali?

Il concetto di coming in o inviting in (invitare all’interno) come alternativa al coming out è stato coniato nel 2007 dalla terapeuta e professoressa australiana di origini libanesi e musulmane Azima ila Hayati nell’articolo An invitation into my life: Narrative Conversations about Sexual Identity, ma l’ho incontrato in più di un racconto personale online solo negli ultimi due o tre anni. Nella proposta originale la confessione della propria identità diventa un invito nel proprio “club della vita” da parte della persona frocia alle persone a cui tiene e di cui si fida, un ribaltamento di prospettiva il cui primo scopo è far tornare il potere nelle mani delle persone queer.

Dalla scoperta di questo nuovo termine ho ricercato anche le origini del termine coming out: tra Ottocento e Novecento nasce per indicare letteralmente il debutto di una persona queer in tutto il suo splendore all’interno della comunità, come fosse il suo primo ballo in società. Si trattava di una celebrazione di un traguardo di consapevolezza per l’individuo, e della comunità tutta che l’accoglieva.

La sempre maggiore visibilità degli anni ‘20-’30 in un mondo progressivamente più pericoloso porta a un ritorno all’invisibilità come strategia di sopravvivenza. Come in una società segreta, si adottava un cripto-linguaggio che permetteva di passare inosservatə in pubblico. Tra i termini utilizzati c’erano anche gay, butch, dyke, e poi c’era coming out, a indicare sempre la scoperta di sè stessə e l’inserimento nel gruppo.

Quando con la depenalizzazione dell’omosessualità e le rivolte di Stonewall nel 1969 la comunità queer andò sulle prime pagine dei giornali, anche alcuni di questi termini divennero di dominio pubblico, e in questa presa di parola si scoprì che rivendicare la propria identità permetteva di avere un impatto politico. In questo contesto il significato di coming out passa dal “coming out into society” al “coming out of the closet”: l’identità queer diventa pubblica per reclamare diritti e uguaglianza. E così si crea il famoso closet, l’armadio, uno spazio da cui uscire in cui l’anonimato è assimilato alla vergogna e/o alla repressione.

Quasi sessant’anni dopo, però, la rappresentazione del coming out ripetuta fino allo stereotipo, ha trasformato questo rito di passaggio quasi in un obbligo nel percorso di vita di una persona queer. Se l’età in cui si acquisisce consapevolezza della propria queerness si abbassa (a 14 anni per le persone sotto i 30 anni contro i 20 anni delle persone tra i 30 e i 65 anni), se diventa comune sfidare le norme di genere indipendentemente dalla propria identità, se soprattutto il coming out non serve per riconoscersi tra membri della comunità ma finisce per essere una confessione e una spiegazione rivolta alle persone etero-cis della propria vita, forse il ruolo del coming out come lo conoscevamo è in parte superato.

Un’altra critica nei confronti del coming out moderno viene dalle comunità non-bianche e decoloniali. Queste rivedono nelle narrazioni mediatiche di unə giovane tormentatə che risolve i propri conflitti interiori e si confessa a tutta la famiglia e gli amici venendo o completamente accoltə o completamente respintə, un’esperienza individualista che ignora le dinamiche famigliari della migrazione o nei paesi non occidentali. Condividere sè stessə in questi casi rischia di essere assolutamente irrilevante per il rapporto con le altre persone a cui è rivolto.

Il rischio insomma è di rendere universale e prescrittiva una pratica nata come autoaffermazione e riconoscimento reciproco, che però se resta uguale a sé stessa in un mondo che cambia si svuota di ogni significato per restare solo un rituale performativo. Senza dubbio in un momento in cui i movimenti conservatori sono in crescita a livello mondiale, è evidente il rischio di ripiegarsi su sé stessə dell’inviting in. Ma di questa prospettiva può essere interessante come ammetta l’esistenza del mondo queer indipendentemente dalla sua visibilità, recuperando anche le esperienze degli anni precedenti a Stonewall e puntando ad estenderne l’influenza invece di adattarsi alle istituzioni eterocispatrarcali

La frocia non esce da un sofferente armadio per entrare nel mondo etero-cis chiedendo a gran voce di essere inclusa, ma si riserva di scegliere liberamente se, quando e a chi raccontarsi, per invitarlə a far parte di un mondo che già vive quella queerness come una straordinaria quotidianità.

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