Ivan Truden (classe 2002) vive a Parma e frequenta il biennio di illustrazione per l’editoria a Bologna. Circondato dal disegno e illustrazione fin da tenera età, prende parte da qualche anno a festival e iniziative underground di fumetto indipendente e illustrazione. Si definisce uno gnomo sognatore tuttofare ossessionato dai castelli, spesso abitati da grotteschi e silvestri personaggi.
Ti abbiamo chiesto di creare un poster dedicato al tema dell’accessibilità ai pride per le persone con disabilità: ci racconti il processo artistico e le scelte che ti hanno portatə a tradurlo visivamente?
Non è stata affatto una tematica facile da affrontare, in particolare per il fatto che è una realtà di cui conoscevo relativamente poco o nulla. Quando mi è stato proposto di realizzare questo poster, all’inizio ero in alto mare principalmente perché non mi è mai capitato di affrontare un tema così specifico e delicato.
La cosa più difficile è stata quella di dover anche solo immaginare qualcosa che non viene percepito da determinate persone, volevo rappresentare un suono che non viene udito seppur esistente e decodificabile.
L’idea però è arrivata quando ho capito che in effetti tutte le illustrazioni, alla fin fine, non emettendo suoni sono anche sorde se vogliamo, però riescono comunque a parlarci e comunicarci un messaggio. Quindi forse le persone sorde e le persone non verbali sono molto più vicine all’illustrazione se ci pensiamo bene.
Questa consapevolezza di aver sempre rappresentato qualcosa che non emette suoni e non li può udire (pur essendoci un forte dialogo tra disegnatorə e disegno) mi ha aiutato molto nella realizzazione di questa illustrazione.

Hai disegnato tante mani che parlano nella Lingua Italiana dei Segni: come ti sei documentatə? La conoscevi già anche tu o hai mai pensato di impararla?
Inizialmente ho cercato di informarmi sull’argomento, essendo per me un terreno del tutto nuovo: non sapevo nemmeno dell’esistenza delle diverse lingue dei segni e dei diversi modi di dire una stessa parola. Ho cercato di apprendere alcune parole in LIS che potevano stare bene con l’illustrazione che avevo in mente, poi ho deciso di disegnare in finger spelling la parola QUEER.
Le due mani più grandi ai lati volevo che rappresentassero l’inizio e la fine del movimento della stessa parola, dove ho voluto inserire all’interno una miriade di gesti, tanti quante le sfaccettature che possono rappresentare una persona, che vengono abbracciate dal movimento dell’arcobaleno, che appunto è il simbolo in lingua dei segni della stessa parola queer.
È stato molto divertente provare a imparare alcuni segni e frasi, penso che mi piacerebbe approfondire questo linguaggio e pensare di impararlo, anche perché lo trovo estremamente elegante e disegnabile.
In base alla tua esperienza artistica, ritieni che il linguaggio visivo possa avere un ruolo nel raccontare temi sociali urgenti? E in che modo?
Ovviamente da illustratore e disegnatore questo deve essere il mio obiettivo principale e penso che lo stesso valga per tuttə quellə che lavorano nell’ambito delle arti visive.
L’immagine a mio parere deve necessariamente raccontare e sensibilizzare su una tematica, anche non volendo ogni simbolo lancia un messaggio che sia personale o sociale. Le persone realizzano opere per parlare e far notare qualcosa che spesso è inespresso, soffocato dalle violenze e oppressioni che subiamo dall’esterno.
Abbiamo bisogno di simboli e immagini che ci aiutino a comunicare tra di noi dato che (per fortuna) non parliamo tuttə la stessa lingua.
Penso che l’immagine sia molto più forte e diretta di un grido.
Le immagini hanno una voce, le cose che vediamo non le scordiamo così facilmente.
Come te la cavi ai fornelli? Se fossi una ricetta, quale piatto saresti? E perché?
Non sono mai stato bravo in cucina, diciamo che sopravvivo con lo stretto indispensabile. Anche se ultimamente sto riscoprendo la voglia di cucinare per le altre persone, mi accontento di pane e pomodoro o di una frittata quando sono da solo.
È divertente perché i miei amici spesso mi hanno sempre chiamato con nomi di pietanze come saccottino, panzerotto o pangocciolo, forse a causa del mio aspetto rotondino e pacioccoso.
Mi rivedo molto nel risotto alla zucca, forse perché è dolce pur essendo un piatto salato, la prima volta che da bambino lo provai mi stranii in positivo, quel piatto mi prese in giro uffa…

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