Amava definirsi cria da Maré, cioè figlia del Maré, una favela di Rio de Janeiro dove Marielle Franco era nata il 27 luglio 1979. Cresciuta in una comunità afro-brasiliana segnata da povertà e violenza, Franco era una sociologa e attivista che si batteva per i diritti delle donne nere, di chi vive nelle favelas e contro la brutalità della polizia. Grazie al suo impegno nel 2016 diventa consigliera comunale a Rio con il Partito Socialismo e Libertà, incarico che ricopre fino a quando viene uccisa nel 2018.

La voce di Marielle Franco tuona contro il razzismo, il patriarcato e le milizie armate che controllano con la violenza i quartieri più poveri della città brasiliana. Come testimonia anche il suo ultimo tweet, scritto in occasione dell’ennesimo omicidio a Rio solo il giorno prima di essere assassinata a sua volta: «Quante altre persone dovranno morire prima che questa guerra finisca?».

La sera del 14 marzo 2018, tornando da un evento contro la violenza sulle donne nere, Franco è uccisa a colpi di pistola insieme all’autista Anderson Gomes. L’attacco armato, praticamente un’esecuzione, è contro una donna che pensava con la sua testa e lottava contro le ingiustizie. Dopo anni di depistaggi, nel 2024 due ex poliziotti sono condannati come esecutori dell’omicidio e nel febbraio 2026 la Corte Suprema brasiliana condanna due ex politici a 76 anni di prigione come mandanti.

Ma la lotta di Franco non finisce quella sera maledetta: la sua compagna Mônica Benício ne porta avanti l’eredità come consigliera comunale e la sorella Anielle nel 2023 diventa la prima ministra per l’Uguaglianza razziale nella storia brasiliana. Perché Marielle Franco non è morta, si è moltiplicata nelle lotte collettive contro tutte le discriminazioni.

Illustrazione di Claudia Marulo