DEGLI ALLEATI PERFORMATIVI E DELLA LORO INCAPACITÁ DI ASCOLTARE L’ALTR*

di Carla Catena e Paola Gabrielli

Avrete visto il post di Pierpaolo Mandetta apparso qualche giorno fa sui social. E magari avrete anche condiviso, commentato, messo cuori, like, abbracci. Esordiva così: «Non mi chiamavano ricchion* da quando frequentavo le scuole superiori, e oggi, a 33 anni, è successo proprio per mano di ragazzi di quell’età». Non la facciamo troppo lunga, però il senso è: a 33 anni, mentre lavorava in un podere, sei ragazzini in motorino di quindici-sedici anni sono passati di lì e uno di loro, pensando che Pierpaolo fosse in casa, gli ha urlato «ricchion*». Poi i vigliacchetti, accorgendosi che invece era nel parco, sono scappati. Segue riflessione di Pierpaolo: pensava di averla superata e invece no: di ritorno a casa è scoppiato a piangere. Ed è come se una ferita che sembrava rimarginata riprendesse a sanguinare. Le sue parole erano accompagnate da una foto di lui che piangeva. Quindi spiegava il gesto: «La pubblico affinché chi li conosce capisca il dolore che possono causare dei ragazzi di quell’età. Perché se lo fanno a me, vuol dire che lo faranno anche a scuola, e magari stanno distruggendo l’adolescenza a qualcuno come successe ai miei tempi». Anche noi abbiamo letto e visto quel post: è capitato in una delle migliaia di condivisioni su Facebook. Lo abbiamo visto anche su un gruppo che ha ben oltre 110 mila iscritti e porta lo stesso nome di una nota trasmissione televisiva che si identifica come uno spazio privilegiato di una certa sinistra. La condivisione, fatta da una persona tra le tante componenti del gruppo, era anticipata da una nota introduttiva che prendiamo pari pari, maiuscole incluse. 

«FORZA PIERPAOLO! (emoticon: bicipiti, cuore rosso, saluto)

SEI GRANDE perché hai il CORAGGIO di fare OUTING, quei ragazzini sono dei VIGLIACCHI perché usano parole offensive oltraggiose e svilenti!».

Al che una di noi due fa notare che si dice coming out, non outing. Apriti cielo! Da una pseudo ironica «Accidenti che considerazione conclusiva…» a un crescendo rossiniano, tra un «Si dice anche vaffanculo, la maestrina in una situazione così proprio no!», vari «Ma vaffanculo maestrina!» e via elencando. Si è provato a spiegare che se le parole hanno un senso, forse è il caso di chiarirsi sul significato di outing e coming out, che ci sono state battaglie su questo, che la questione è politica, che la grammatica non c’entra niente. Qualcuno, volendo mostrare quanto era sensibile, replicava con frasi come «di fronte a questo tipo di sofferenza non c’è bisogno di fare i nazi grammar» e che bastava un po’ di empatia. Cosa che non si è dimostrata, secondo lui, malgrado si sia sottolineata la piena solidarietà a Pierpaolo. 

Allora quell’una di noi, la maestrina, si è messa a nudo. Perché non ci stava a fare quella che non mostrava empatia. Ha spiegato che situazioni come quella di Pierpaolo ne conosce parecchie e che lei stessa, in diverse occasioni, ha subito lo stesso trattamento. Anche nel lavoro, quando un collega di una scuola dove lavorava la apostrofò urlando «lesbica di merda» di fronte a un centinaio di bambini. Niente. Le offese continuavano, tra chi dice che si guardava solo la pagliuzza e chi «il vaffanculo era sentito e istintivo» perché «io sono per le reazioni di cuore, mica di grammatica» e sarà meglio «leggere un dizionario» (?). L’altra di noi due intanto scriveva commenti cercando di frenare i «vaffanculo», i «maestrina», i «guardi il dito e non la luna», dicendo una frase molto semplice: «Se non vi fidate di chi parla della propria vita, come fate a portare solidarietà?». E hai voglia a ripetere che la grammatica non c’entra niente.  

La questione, alla fine, è semplice: se volete essere alleati delle persone LGBTQIAP+, certe cose basilari, fondamentali, minime, dovete saperle. Per la nostra vita fare coming out o qualcuno che faccia outing su di noi, sono due cose molto diverse, e quest’ultima è anche violenta nei nostri confronti. Continuando a insultare, anziché portare solidarietà, continuando a spiegare quello che non sapete perché non vi fidate di chi certe cose le vive, moltiplicate solo la violenza e i «ricchion*» o «lesbiche di merda» urlati per strada. È ora di ricominciare a fare politica, cercando nuovi modi, nuove vie. Anche con la pandemia. Soprattutto con la pandemia. Viviamo un periodo di cambiamento, di transizione, ma la transitorietà è la nostra quotidianità. Non torneremo «normali», «come prima». Conviviamo con la paura ma dobbiamo tirare fuori il coraggio. Fare politica sui social, con i link acchiappa like, non serve a niente. Anzi. Altrimenti dire «vaffanculo maestrina» non è poi così dissimile da «ricchion*».