A più di due anni dal voto del Parlamento Europeo, il 12 giugno è entrato in vigore il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, che condannerà donne, uomini, persone LGBTQI+ migranti a dinieghi lampo delle domande di protezione internazionale, detenzioni nei centri per il rimpatrio e procedure di frontiera sempre più arbitrarie, violente e appaltate a governi autoritari fuori dai confini continentali.
Proprio mentre la lunga offensiva europea contro il diritto d’asilo giungeva a compimento, sancendo l’ingresso in quella che le istituzioni hanno salutato come l’«era delle deportazioni», in Italia le morti di Bakary Sacko, accoltellato da un gruppo di ragazzini a Taranto, e dei quattro braccianti bruciati vivi dai loro caporali nel cosentino hanno aperto uno squarcio sulla violenza razzista con cui le e i migranti devono fare i conti ogni giorno, per strada come dietro ai cancelli di una fabbrica o di un magazzino, nei campi delle raccolte estive come dentro casa, su un’imbarcazione di fortuna lasciata alla deriva nel Mediterraneo come nell’ufficio immigrazione di qualche questura.
Si tratta di una violenza ordinaria, sistemica, alimentata dalle continue strette securitarie di un governo, quello italiano, sempre impegnato a creare nemici interni per questi tempi di guerra e da ogni decreto Flussi che dietro la promessa di un permesso di soggiorno nasconde la normalità dello sfruttamento, l’impossibilità della stabilizzazione, la libertà per i padroni di punire chi osa alzare la testa per rivendicare salari e condizioni di lavoro migliori.
Questa violenza non si limita a disciplinare il lavoro migrante, ma lo isola politicamente, rendendo eccezionale la sua condizione, esposta alla minaccia sempre più concreta di trattenimenti, revoche ed espulsioni, e ostacolando la sua presa di parola e la possibilità di riconoscersi con altre figure del lavoro. Questa forma di lavoro sembra così destinata all’assenza di tutele, potendo contare sulla sola solidarietà antirazzista. Davanti a tutto questo, richiamarsi alla cittadinanza attiva, ai diritti che l’Europa in guerra ha svuotato di ogni materialità, ma anche reagire alle retoriche della remigrazione e a tutte quelle che fanno delle e dei migranti carne da campagna elettorale, appellandosi a un pur condivisibile antifascismo, rischia ancora una volta di non riconoscere la specificità della condizione delle e dei migranti e le possibilità di una loro soggettivazione politica.
La discrezionalità di questure e prefetture nell’amministrare tempi e prassi delle richieste di protezione internazionale, dei ricongiungimenti familiari e dei rinnovi del permesso di soggiorno costringe migliaia di migranti a mesi di attesa forzata, senza documenti validi, con ricevute che rendono più difficile firmare un contratto, accedere ai servizi, trovare una casa e obbligano ad accettare salari da fame e condizioni di lavoro insostenibili.
È con la sfida di rendere visibili queste condizioni e gerarchie, di status e di salario, e di connettere le diverse manifestazioni del loro rifiuto che la nostra organizzazione è chiamata a misurarsi.
Per amplificare il grido di quanti nelle scorse settimane sono scesi in piazza in diverse città contro il razzismo istituzionale e lo sfruttamento che hanno prodotto le ennesime stragi, occorre prendere sul serio l’urgenza e la difficoltà di attivare una comunicazione politica in grado di attraversare le linee lungo cui il permesso di soggiorno continua a ricattare e frammentare il lavoro migrante, oltre che di mostrare come l’attacco alla mobilità, al lavoro e alle vite delle e dei migranti determini condizioni di lavoro, quote di salario, possibilità di accesso alle prestazioni sociali di tutte e tutti, in un continuo gioco al ribasso.
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