“CULTURA DELLO STUPRO, ALTROCHÈ”

di Nicoletta Landi

Ci scriviamo da qualche mese, curiosi l’uno dell’altra. Ragazzo piacevole ed eccitante, a parte la solita dick pic. Siamo distanti, ma a breve ci troveremo di nuovo nella stessa città. Ho voglia di incontrarlo, mi lamento del fatto che gli smartphone stiano diventando sempre più presenti nella nostra vita sessuale: “Prima o poi faremo sesso solo al telefono!”.

La sua risposta, cui allega una simpatica emoticon suina, mi raggela e mi lascia perplessa: “Appena torni a Bologna, ti stupro… altroché”.

Qualche giorno dopo, un amico invia in una delle numerose chat collettive un articolo tratto da una nota rivista in cui si elencano una decina di consigli per trovare l’uomo giusto. Sorvolando sulla necessità di trovare l’uomo giusto (?) e sul bisogno di dare/ricevere consigli a riguardo, di questo decalogo mi stupisce il consiglio di curare il look evitando, in particolare, di indossare “pigiami antistupro”. Trentenne in cerca di un uomo per sentirti finalmente una donna completa, mi rivolgo a te: cura i tuoi outfit anche quando sprofondi abbrutita e stanca sul tuo divano! Con quel pigiama in flanella, i capelli crespi e i calzettoni nessun uomo ti vorrà!

Se sei brutta e sciatta nessun uomo ti stuprerà, oppure, in caso contrario, non esiterà a comunicarti che appena avrà modo di vederti lo farà.

Insomma, la promessa di uno stupro è segno d’interesse e desiderio. Se mi piaci – magari in contesti particolari come quelli legati al sexting mi concedo di prometterti di stuprarti; se voglio suggerirti il modo giusto per essere donna – e quale donna non ha bisogno di essere guidata a riguardo (?!) – ti consiglio di renderti più stuprabile.

Sebbene sia consapevole del fatto che la sessualità possa seguire regole e traiettorie che riguardino (anche) il potere e l’aggressività – ho fatto ricerca sul Bdsm, mi occupo quotidianamente di assertività sessuale, credo profondamente nella pluralità degli immaginari erotici – i sopracitati episodi mi hanno turbata. Forse perché “le parole sono importanti!”, e lo sono anche il contesto e l’attitudine dietro di esse; probabilmente è stata la leggerezza sottesa – intesa come inconsapevolezza e scarsa cura – a farmi riflettere.

Alla base della cosiddetta “cultura dello stupro” c’è proprio una legittimazione – impalpabile, quotidiana, a tratti ironica – di quanto più brutale possa esistere all’interno delle dinamiche sessuali e relazionali: l’abuso e l’assenza di consenso.

Con questa espressione – nella letteratura accademica, in quella popolare e, sempre di più, nel linguaggio quotidiano – s’intende un diffuso e spesso sotteso atteggiamento socio-culturale che legittima l’aggressività maschile verso ciò che è (percepito come) femminile. In questo senso, i codici di comportamento, le parole, gli immaginari veicolati da persone e/o media giustificherebbero e normalizzerebbero un atteggiamento che chiameremmo maschilista, misogino, violento e sessista, laddove stuprare significa forzare una persona, contro la sua volontà, ad avere un rapporto/contatto sessuale (e scusate la semplificazione).

Potremmo considerare l’emoticon suina associata alla parola “stupro” come parte di questo atteggiamento in cui si possa considerare la prevaricazione normale o addirittura sexy.

Se presupponiamo che il desiderio sessuale possa essere mosso anche da una spinta aggressiva, predatoria, prevaricatrice, cosa rende comportamenti e/o parole legittimi o meno? Cosa possiamo fare a riguardo?

Personalmente direi: 1. Prendere coscienza della complessità e della mobilità dei propri desideri, bisogni e limiti; 2. Ascoltare quelli dell’altro/a; 3. Avere consapevolezza della presenza e del ruolo che giocano nelle vite una pluralità di influenze socio-culturali riguardanti genere, identità, sessualità e potere; 4. Essere capaci di negoziare relazioni basate su piacere, rispetto reciproco e consenso.

Erotizzare lo stupro, quindi, dovrebbe necessariamente passare dalla condivisione di un immaginario che gioca consapevolmente con l’idea di abuso, aggressione, violenza. Altrimenti rischiamo di replicare – senza senso critico – posizioni sessiste, svilenti e brutali. Non si tratta di smettere di erotizzare desideri aggressivi, predatori e perturbanti, ma di esplorarli in maniera partecipata. Non perdiamo quella dimensione brutale ed eccitante che striscia sotto la superficie delle relazioni: esploriamola, sì, ma in maniera cosciente, senza scomodare una parola – stupro – che necessita di tutt’altro livello di analisi.

pubblicato sul numero 39 della Falla – novembre  2018

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