IL CONSUMO DI CARNE TRA EPIDEMIE E SISTEMI IN CRISI 

Allevamento intensivo di polliNel periodo appena trascorso di isolamento casalingo dovuto alla pandemia, le persone sono tornate a ricordarsi dei libri, della lettura e delle proprie librerie (da ostentare!), quasi  potessimo considerarli alla stregua di una moda passata che, improvvisamente, torna a fornirci quell’appeal necessario. Una  corsa all’intellettualismo in cui alcune letture sono state considerate più appropriate di altre: da Cecità di Saramago alla Peste di Camus, passando per Manzoni, riscoperto attuale. Tra le letture scientifiche, il bestseller Spillover del Tiresia David Quammem, che già nel 2013 prospettava una pandemia.

Serg Morand, ricercatore del Cnrs, in una videointervista a Le Monde, pubblicata su Internazionale il 1 maggio, mostra la correlazione tra una diffusione sempre più frequente delle zoonosi (malattie che si trasmettono dagli animali agli esseri umani) e i processi di addomesticamento animale e d’invasione antropica di fette considerevoli di superficie forestale. 

L’immane sottrazione di ettari boschivi al pianeta per la creazione di nuovi terreni agricoli e per l’alimentazione dell’insaziabile macchina degli allevamenti intensivi, mina la  biodiversità  della  Terra, e perciò la sua efficienza.  Si creano coabitazioni indesiderabili e non contemplate tra specie diverse (domestiche e selvatiche) che, in uno spazio sempre più ristretto, rappresentano un ottimo ponte che permette all’agente patogeno di mutare e adattarsi alla trasmissione umana di nuove malattie. 

Questo processo è il frutto dell’avanzare cieco e beffardo di un capitalismo globalizzato che considera l’intero pianeta terreno fertile da occupare, sfruttare e asservire, anche quando a essere globale è la diffusione di un virus. In questo grande mercato solo apparentemente inesauribile, le deboli possibilità di salvezza risiedono in un ripensamento dei nostri consumi, a partire da quelli alimentari. 

Ma perché è così difficile riconsiderare il nostro mangiare carne

La spiegazione risiede in ragioni storiche radicate. Lo storico Fernand Braudel, in Civiltà materiale, economia e capitalismo racconta un’orgiastica «Europa carnivora», a cavallo tra ‘300 e ‘500, ripresasi dalla devastante Peste Nera, che aveva alleggerito la popolazione di bocche da sfamare, liberato terreni da coltivare e causato l’aumento dei salari dei superstiti, che li spesero in carne allevata nei terreni agricoli riconvertiti a pascolo. 

Il deterioramento dei campi condusse a una nuova contrazione dei consumi, superata solo grazie alla meccanizzazione della Rivoluzione Industriale. 

La carne cominciò così a essere, nel XIX e XX secolo, una presenza quotidiana anche nelle case borghesi  e operaie, simbolo materiale prima della sconfitta della malattia e della povertà e poi del processo di democratizzazione, influenzato dalla quantità e dalla tipologia del cibo a tavola. 

Salute, abbondanza, vigore, virilità e edonismo diventano aggettivi e sostantivi qualificanti della carne. La distinzione sociale teorizzata da Bourdieu passa anche da un filetto al pepe verde o da una bistecca al sangue.  

La linea che collega democratizzazione ed eccesso corre veloce e le cene eleganti  vengono presto sostituite da immagini bulimiche di fastfood e di man vs food, rappresentazioni virili di uomini predatori. 

Il patriarcato, prima ancora di essere un sistema di oppressione di genere, soffocava già l’urlo di altri «corpi che non contano». Nella pista sociale, l’antispecismo travolge con uno strike i simulacri del capitalismo e del patriarcato.

Pubblicato sul numero 56 della Falla, giugno 2020