BIGLIETTI AGLI AMICI

di Caterina Campisi

«I regali fatti agli amici non sono preda del fato: avrai soltanto le ricchezze che hai donato.» (Marziale)

Un incontro fugace, quasi fuggevole, quello con il Tondelli di Biglietti agli amici. Ma profondo e penetrante. D’altronde quello che era stato concepito come dono natalizio per accompagnare le serate invernali del 1986 dei destinatari dei 24 biglietti non poteva che trasformarsi – nella sua destinazione al pubblico – in un suo cadeau personale alla nostra anima, dei veri e propri xenia, di antichissima tradizione letteraria, dalla lezione di Marziale al novecentesco Montale. Concepito come livre d’art, nella seconda edizione, pubblicata dalla casa editrice indipendente e underground Baskerville in sole cinquecento copie, mantiene comunque quella filigrana artigianale, garantita anche dalla scrupolosa e pedante presenza dello scrittore nelle varie fasi editoriali, di cui volle essere partecipe.

L’operazione condotta da Tondelli in quest’opera è molteplice: la spinta esterna verso la sua cerchia ristretta degli affetti è solo in funzione di una riappropriazione interiore di questi, o meglio, alla luce della presa di coscienza che la sola possibilità di definirli e trattenerli è attraverso lo spazio che occupano dentro di noi. Un bisogno di definizione che è prima di tutto un atto di autoanalisi e riflessione e alla soglia dei trent’anni si faceva sempre più impellente. 

Da qui la presenza costante della scrittrice Ingeborg Bachmann nell’opera tondelliana, e ancor di più in questo testo che  istituisce un legame a doppio filo con Il trentesimo anno, in cui il frammento, misura formale della vita intima, risulta essere l’unico adatto per esprimere questo mutato tempo interiore: il passaggio dalla fase della ricerca a quella della contemplazione. Per lo stesso motivo, Biglietti agli amici si colloca nel percorso letterario dello scrittore come tappa intermedia – rito di passaggio – ma proprio per questo fondamentale e imprescindibile tra la forma romanzo giovanile e compiuta che gli aveva consegnato la fama e la più matura poetica del frammento che intesse Camere Separate e un Weekend Postmoderno, e che proprio da Biglietti agli amici prende l’avvio. Infatti, molte delle immagini rarefatte, qui servite all’occhio ricettivo del lettore, avrebbero continuato a germogliare nella mente dello scrittore di Correggio, mutandosi, rigenerandosi, ampliandosi o a volte restringendosi nelle sue opere successive.

Così l’anima melanconica, ferita ma ancora profondamente sensibile di Pier Vittorio Tondelli – tanto che il titolo iniziale di quest’opera doveva essere Appunti per una fenomenologia dell’abbandono – conquista, nel soffio di appena 107 pagine, lo sprovvisto e sorpreso lettore che non fa neanche in tempo a tramutare in un commosso sorriso l’iniziale ed eventuale atteggiato cipiglio per questo prodotto snello e insolito. E non vi è dubbio che si debba rinunciare a comprenderlo a fondo e a cogliere l’interezza dei suoi riferimenti, rimandi e citazioni, volutamente nascosti, referenziali e oscuri per chi fosse all’infuori della sua cerchia ristretta e personale. Per esempio le iniziali puntate dei nomi, mai sciolte, se non nell’edizione originale, a circolazione privata, e la narrazione sequenziale in 24 ore, con l’alternanza del giorno e della notte, inserita in una  struttura cabalistica e zodiacale, corredata dalle tavole angeliche e astrologiche di Barrett a sinistra di ogni biglietto, dove ogni ora è governata da angeli e pianeti e i segni appaiono come rappresentazioni di figure angeliche. Questi elementi segnalano la ricerca di un senso che può essere affidato solo a forze metafisiche

E la magia di questo piccolo libro sta anche e proprio in questo: nell’affermazione di una sua intrinseca e invalicabile refrattarietà ma al tempo stesso nella fessura che si apre sul mondo che gli si dispiega dietro. Dalla familiare Correggio, o dai muri rossi, dalle terrecotte delle tegole e dai i comignoli bolognesi alle metropolitane atmosfere di Vienna, Berlino, Londra o delle banlieue parigine, tra le altre, in cui uno stuolo di nomi e di pronomi personali si susseguono e si scontrano in un animato e tormentato mondo affettivo.

La personalità schiva e riservata combinata a quell’ostentata sfrontatezza che lo ha reso uno dei simboli del primo movimento omosessuale italiano, si percepiscono in quella che è, e non avrebbe potuto essere altrimenti, l’opera più personale di Pier Vittorio Tondelli

Un’immagine che però lo ha condizionato e incastrato nel ruolo di scrittore giovane gay, portabandiera di un movimento da cui  ha cercato di rifuggire soprattutto nei suoi ultimi momenti, preferendo una conduzione privata e taciuta della malattia, da ragazzo di provincia cresciuto in una famiglia cattolica (e cattolico anch’esso) negli anni in cui lo stigma dell’HIV era racchiuso nell’etichetta di «peste dei gay», della cui efferatezza nello stesso 1991 sono state vittime sia Freddie Mercury che Pier Vittorio Tondelli.

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