THIRTHY YEARS OF ADONIS

Uno sguardo sui limiti umani

di Francesco Colombrita

Gender Bender ospita la prima nazionale della nuova pellicola di Scud, uno dei più provocatori registi asiatici contemporanei. Thirty years of Adonis è un’indagine tutto meno che lineare sull’animo umano e sul suo posto nel mondo. Domenica 28 al Cinema Lumière, ore 20.00.

La dimensione più palpabile è il silenzio. Assoluto. Inquietante. Spinge a pensare che ci sia un problema tecnico, che le casse non funzionino. Finché qualche rumore poi compare, introdotto dalla presenza narrativa chiave della pellicola: il corpo. Alcune voci, dei passi, fruscii. Quasi tutte le onde sonore vengono a un certo punto smorzate, mentre le labbra ancora si muovono, o la telecamera si sposta. C’è una patina ambigua sullo svolgersi delle vicende di Adonis; sembra di essere davanti a una realtà onirica, con un montaggio delle scene assolutamente non lineare e tanto netto da risultare di difficile comprensione. E tuttavia lo spettatore si trova costretto dalla consapevolezza che non si tratta certo di un sogno, è lo svolgersi di eventi tangibili, osservati come dallo spioncino della mente del protagonista. Un ragazzo giovane e molto bello, attore all’Opera di Pechino, risucchiato però in un universo differente da quello che immaginava. Fa del proprio corpo una fonte di sostentamento, entrando nel mondo del sex working.

C’è un fil rouge che guida lo svolgersi della sua vita, dal giorno della nascita alla fine della pellicola. Vari flashback ripercorrono le vicende che lo hanno portato dove si trova, inquadrando scene famigliari e strane profezie.

La nudità è onnipresente. Così tangibile da rendere stranianti alcune scene in cui i corpi sono vincolati dall’abbigliamento. Eppure, malgrado l’ambientazione, l’ossessione per la fisicità, le pratiche mostrate, il focus non è di certo quello del sesso. Si tratta di un’indagine sulle passioni umane, sulle ambizioni, sul desiderio di affermazione, sulla ricerca del proprio posto nel mondo, sulla difficoltà di trovarne uno e sull’impossibilità di andare oltre ciò che gli eventi hanno fatto di noi. Il punto di vista ricorda quell’ideale dell’ostrica di verghiana memoria, riadattato per la contemporaneità.

Dopo Amphetamine e Voyage, il regista cinese Scud torna sui temi a lui più cari, muovendosi entro l’ambito di una persistente precarietà, senza abbandonare l’estetica neoclassica di corpi perfettamente apollinei, oggetto di un’osservazione maniacale e quasi sacralizzante.

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