Rifugio "Children of the Sun" dove 20 persone sono state fermate e picchiate

SIAMO ANCORA L’ALTR*

COME IL COVID HA EVIDENZIATO LA FRAGILITÀ DEI DIRITTI LGBT+

Di Leonardo Arpino

Rifugio "Children of the Sun" dove 20 persone sono state fermate e picchiateIn Uganda, i rapporti omosessuali sono proibiti per legge. L’associazione LGBT+ Children of the Sun offre servizi sanitari, corsi di autodifesa (fisica e digitale) e una struttura abitativa a coloro che non hanno una casa. Il rifugio si trova a Nsangi, ed è un edificio basso che dà su una strada sterrata, circondato dalla vegetazione. Kampala, la capitale, non è lontana.

È il 29 marzo, e da cinque giorni il governo ha emanato una serie di provvedimenti per arginare la diffusione del Covid-19: fra questi c’è il divieto di creare assembramenti, e l’obbligo di restare nelle proprie case. Il buon senso vorrebbe che le persone senza un tetto possano restare nelle strutture che le ospitano: soprattutto se sono persone LGBT+, cacciate dalle loro famiglie.

Invece no. Al rifugio arriva la polizia e ferma 20 persone. Li fanno sedere per terra, alcuni li picchiano con dei bastoni, uno viene colpito mentre cerca di nascondere il volto abbassando la testa. A uno chiedono con chi ha fatto sesso. Poi vengono legati fra loro e fatti camminare fino alla caserma.

Ufficialmente sono stati arrestati per aver violato le norme che proibiscono i raduni. Un esponente delle autorità locali, tuttavia, dichiara, in un video diffuso da Sky news, che il problema di come sbarazzarsi di quegli omosessuali era all’ordine del giorno già da un po’. È importante, dice, far capire alla popolazione che si stanno occupando della questione.

Gli ospiti del rifugio Children of the Sun sono stati trattenuti in carcere – in quello che presumiamo sia un luogo di assembramento anche in Uganda – per due mesi: le persone imprigionate sono state tutte rilasciate il 28 maggio Ndr.

primo ministro ungherese Viktor OrbánBudapest, Ungheria. Qui lo stato d’emergenza viene dichiarato l’11 marzo. Passano venti giorni e lo Országház, il Parlamento, approva a grande maggioranza un pacchetto di (dis)misure emergenziali che consentono al primo ministro Viktor Orbán di governare emanando un decreto dopo l’altro, sospendere le elezioni e chiudere il Parlamento.

Mentre l’Europa osserva con preoccupazione le più ovvie conseguenze di un simile atto, il vice-primo ministro Zsolt Semjen presenta in Parlamento un disegno di legge che, oltre a una serie di provvedimenti totalmente irrelati al Coronavirus, contiene una norma che pare una nota a piè di pagina in un articolo di filologia da incubo. Per “genere” e per “sesso” si usa in Ungherese la stessa parola, “nem”. Il governo di Orbán forza l’esegesi, e prescrive che “nem” sia solo il sesso biologico, basato sulle caratteristiche sessuali primarie e sui cromosomi. Va da sé che, una volta registrato all’anagrafe, esso non possa essere più modificato.

La proposta di legge segue di appena 24 ore l’approvazione dei pieni poteri, ma procederà con un iter ordinario. È stata infatti approvata il 19 maggio, secondo copione: la maggioranza non si è spaccata su un tema di primaria importanza per la leadership di Orbán, così come Fidesz, già sospeso dal Ppe a cui fa capo in Europa, non ha prestato la minima attenzione agli appelli di Bruxelles.

Quanto avvenuto in Ungheria è particolarmente insidioso, perché è un’azione che potrebbe dare spunti alla destra anti-gender di casa nostra – fra cui spiccano grandi ammiratori del premier magiaro – per le sue prossime campagne elettorali. Anche se in Italia il quadro politico sembra essere più equilibrato, veder messo in discussione il proprio diritto a esistere in ogni dibattito di prima serata non è certamente qualcosa di cui le persone trans hanno bisogno, non quando c’è ancora moltissimo da fare perché acquisiscano piena cittadinanza.

Susanna Ceccardi ex-sindaca del comune di Cascina e attualmente eurodeputataA dire la verità, qualche esponente della destra nostrana ha già provato a imbracciare l’arma della transfobia per compiere la sua futile avanzata sul fronte della reazione. Susanna Ceccardi, classe 1987, ex-sindaca del comune di Cascina e attualmente eurodeputata, combatte da tempo una battaglia personale contro il Consultorio transgenere di Torre del Lago, struttura che opera in convenzione con la Regione Toscana. Il 26 marzo, qualche giorno dopo l’approvazione dell’ordinario stanziamento di fondi, Ceccardi, in accordo con il capogruppo della Lega in regione Elisa Montemagni, comincia a parlare di soldi – 80.000 euro, per la precisione – che il governatore Rossi avrebbe sottratto alla sanità pubblica per destinarli, invece, “ai trans”.

Tre eventi molto diversi, in luoghi molto lontani fra loro. Che cosa hanno in comune? Ci ricordano che essere persone LGBT+ è ancora, in tutto il mondo, anche nella regione dietro la nostra, un motivo sufficiente per essere additate, stigmatizzate, quando non perseguitate, alla prima occasione utile. Che le persone LGBT+ sono tuttora l’altro, in odio al quale alcuni cercano di costruire il proprio consenso.

Se il Covid 19 ci ha insegnato qualcosa, è che i nostri corpi possono all’occorrenza smaterializzarsi e viaggiare come puro impulso elettromagnetico. È vero, questo sarà un anno senza Pride. Ma le persone LGBT+, insieme alle alleate, possono creare le condizioni per una  prossimità  nuova, anche se solo virtuale. Le pareti della nostra bolla si sono dilatate fino a collassare, lasciandoci invischiate nella rete di notizie da tutto il mondo che, abbiamo scoperto, ci riguardano. «Our thoughts have bodies», scriveva W.H.Auden in un contesto molto diverso, ma gli rubiamo lo stesso l’immagine: «i nostri pensieri hanno un corpo»: meglio ancora dei corpi, i nostri pensieri possono viaggiare, unirsi e proliferare senza bisogno di autorizzazioni, aerei, passaporti, mascherine e gel sanificante.

Quello che succede a Panama, dove una donna trans è stata arrestata perché il governo, nello stabilire giorni alterni di uscita per uomini e donne, si era dimenticato della sua esistenza potenziale; quello che succede in Israele, dove il rabbino Meir Mazuz ha detto che il Coronavirus è una vendetta divina per i Pride; quello che succede in Sud Corea, dove si sta facendo outing a centinaia di frequentatori dei bar di Itaewon; quello che succede in Polonia, dove in aprile sono state avanzate proposte di legge per proibire di fatto l’aborto e addirittura l’educazione sessuale nelle scuole. Tutto questo, nel mondo iper distante e iper connesso del post (speriamo) Covid 19, non è come se accadesse esattamente dietro casa nostra?

Il 17 aprile le Nazioni Unite hanno rilasciato uno stringato report su Covid 19 e popolazione LGBT+. Le persone LGBT+ sono più a rischio di vivere i risvolti più tragici della pandemia, perché sono molto rappresentate in diverse altre popolazioni fragili. A parità di condizioni, infatti, ovunque nel mondo è più probabile che una persona LGBT+ sia più povera, abbia un’occupazione più precaria, sia in condizioni di salute peggiori, abbia uno stato di salute mentale più cagionevole, abbia accesso a cure mediche inadeguate.

Sembra un buon punto da cui ripartire, fare propria questa consapevolezza. E impiegare i nostri corpi-pensieri con determinazione, per costruire un mondo più giusto per tutt*, ovunque si trovino. 

Pubblicato sul numero 56 della Falla, giugno 2020

Immagine in evidenza da 76crimes.com , immagine nel testo da lanazione.it

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