I DON’T DRESS LIKE A WOMAN. I DRESS LIKE A DRAG QUEEN!

Compendio non esaustivo sull’arte dell’impostura femminile

di Irene Moretti

Tacchi altissimi, parrucche esagerate, trucco potente e abiti appariscenti: nell’immaginario collettivo, LGBT+ e non, questa è la descrizione calzante di una drag queen. Ma è solo ciò? Un’estrema esasperazione di vizi e virtù del genere femminile da parte di uomini (spesso) gay? Decisamente no.

Essere una drag queen, per loro stessa ammissione, è molto di più: è poter essere chiunque, da Gloria Gaynor alla vicina della porta accanto. Ora sei Milva e al cambio d’abito successivo, nell’arco di una manciata di minuti, sei Lola Falana. O la casalinga di Voghera. Una forma d’arte recente? Nemmeno per sogno. Se la prima apparizione della parola “drag” in riferimento ad attori in abiti femminili risale a un documento del 1870, la storia dell’impostura femminile va fatta risalire all’origine del teatro stesso. Dalla tragedia greca al teatro vittoriano.Quando per le donne calcare il palcoscenico era impensabile, allora gli uomini erano costretti a indossare vesti femminili: Lisistrate, Medee, Antigoni, Ofelie, Andromache. “Dressed resembling a girl”, espressione che alcuni ritengono essere l’origine dell’acronimo “Drag”. L’ingresso delle donne nelle compagnie teatrali, però, non ha mai fatto scomparire l’impostura femminile, una forma d’arte che ha iniziato a vivere di vita propria, fino a trovare consacrazione tra le stelle di Broadway. Nei primi del ‘900, infatti, una delle star maggiormente apprezzate nei teatri newyorkesi è stato Julian Eltinge, antesignano delle moderne regine. Ma non è tutto strass quello che luccica: a inizio secolo l’omosessualità e il travestitismo erano considerati reati praticamente ovunque e la possibilità di poter recitare in abiti femminili era riservata solo agli uomini. Possibilmente bianchi.

Dopo la seconda guerra mondiale le moderne regine videro la luce. E nacque anche il loro legame, sempre più ufficiale, con la comunità LGBT+. L’arte dell’impostura femminile era passata dai teatri newyorchesi e dal vaudeville ai club: spesso i peggiori degli Stati Uniti. Soprattutto di San Francisco. Proprio nella futura città di Harvey Milk, Josè Sarria, morto nel 2013 e che può vantare un meraviglioso cameo in A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar, segnò le prime vittorie di queste artiste contro pregiudizi e polizia. Se le leggi cittadine dichiaravano che fosse illegale travestirsi da uomo con esplicito intento di confondere e ingannare, Sarria e il suo avvocato escogitarono un escamotage per porre fine ai raid che avevano portato all’arresto di decine di drag. “I’m a boy”, recitavano i cartellini da esibire alla bisogna e che dimostrassero che no, signor agente, noi in giro non prendiamo nessuno. Oggi come allora nessuna drag vuole fingersi donna, anzi.

Un ruolo politico e di rottura quello delle drag, che giocarono un ruolo fondamentale dei moti di Stonewall e in quella lunga notte del 28 giugno 1969 in cui la comunità LGBT+ newyorkese disse basta. Un ruolo, però, che non sempre è stato e viene unanimemente riconosciuto. Irrispettose delle donne per una certa visione femminista, troppo donne per alcuni esponenti della comunità gay, hanno sempre più spesso trovato posto in zone grige dello spettro dell’attivismo. Essere una drag queen è un’arte vecchia come la storia del genere umano.

Pubblicato sul numero 36 della Falla – giugno 2018

Condividi su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *