Particolare del quadro: San Sebastiano di Guido Reni

SAN SEBASTIANO

OVVERO COME NASCE E PROSPERA UN’ICONA GAY

di Ethel Gallo

San Sebastiano trafitto da innumerevoli frecce «fino a farlo somigliare a un istrice», come scrive Jacopo da Varazze nella Legenda Aurea, che sopravvive al martirio per miracolo e dev’essere ucciso per fustigazione: quale miglior santo può proteggere i fedeli dalle epidemie? 

San sebastiano nel quadro Sodoma di Giovanni Antonio da VercelliNon a caso venne invocato nel Trecento contro la peste e di nuovo a fine Novecento contro l’AIDS. Intanto, la comunità LGBT+ lo ha eletto a proprio santo protettore

Le Martyre de Saint Sébastien, opera composta nel 1911 da Debussy su libretto di D’Annunzio, è la prima opera a suggerire in modo esplicito la presunta omosessualità di San Sebastiano. Come interprete del santo, D’Annunzio scelse la ballerina russa, ebrea e bisessuale Ida Rubinštejn. La sua figura androgina viene indicata da più parti come la ragione principale della scelta, invisa alla Chiesa e a buona parte della critica francese; inoltre, la carica spiccatamente erotica del libretto non lascia dubbi sulla natura della relazione tra Sebastiano e l’imperatore Diocleziano. Il santo sembra più volte sul punto di cedere alle sue dichiarazioni d’amore, salvo tirarsi indietro di fronte alle parole: «E distribuisco anche il piacere. E può esser tuo. Resta». L’opera, subito messa all’Indice dei libri proibiti, acquisterà fama e lodi solo nel 1926, una volta tradotta in italiano e riproposta alla Scala da Toscanini. 

La raffigurazione di San Sebastiano come un efebo a torso nudo, trafitto da frecce ma non sfigurato, prese piede nel Rinascimento italiano e fu da subito associata alla presunta omosessualità degli artisti che lo raffigurano. Tra tutti, il caso più eclatante è quello di Giovanni Antonio da Vercelli, soprannominato da Vasari “il Sodoma”; la scelta di dipingere il santo secondo questi canoni viene ritenuta né più né meno che un coming out. 
Ma l’opera più celebre di questo filone rimane il San Sebastiano di Guido Reni. Delle otto versioni dipinte, la più conosciuta è quella esposta al Palazzo Rosso di Genova: è il quadro che Yukio Mishima indicherà come motivazione del suo risveglio sessuale in Confessioni di una maschera.

La figura del santo ricomincia a essere dipinta nell’Ottocento, momento in cui si consolida definitivamente l’associazione con l’omosessualità: Oscar Wilde, uscito dal carcere di Reading dopo la condanna per sodomia, prese a firmarsi Sebastian Melmoth, fino ad adottare il nome per tutta la durata del suo esilio in Francia. Il Novecento lo recupera ancora più di frequente, finché la crisi dell’AIDS tra gli anni Ottanta e Novanta consacra San Sebastiano come patrono della comunità LGBT+

Susan Sontag è la prima a dichiararlo tale in The Way We Live Now, nel 1986. A lei seguono diversi artisti, come Tony de Carlo e Rick Herold. JR Leveroni lo riprende nel 1998, comparando il suo martirio alla morte di Matthew Shepard. San Sebastián y Matt Shepard yuxtapuesto rappresenta i soggetti in modo tanto simile che è possibile distinguerli solo grazie alla freccia nel costato di Sebastiano: li identifica, rendendo così Matthew Shepard, vittima di un crimine d’odio, tanto martire quanto santo.

Pubblicato sul numero 54 della Falla, aprile 2020

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