STUPRO DI STATO

Una violenza mascherata dalla vergogna

di Francesco Colombrita

Una diciottenne giace accovacciata in lacrime, sulla strada, una mattina del giugno 2016, a Pamplona. La sera prima è stata approcciata da cinque uomini, condotta in un condominio, spogliata, stuprata, filmata e abbandonata. È paralizzata dal terrore.

La bestia alfa, un poliziotto della Guardia Civil spagnola, l’ha privata del cellulare dopo la violenza, subito prima di condividere il video del successo di questa battuta di caccia sul gruppo Whatsapp dal nome emblematico di “La manada (branco di lupi). Violenza, stupro, brutalità. Parole immediate per un crimine che non dovrebbe lasciar spazio all’interpretazione. Non è così, tuttavia, per i giudici che, dopo cinque mesi di processo a porte chiuse, rigettano l’accusa di stupro ricalibrandola nel più lieve “abuso sessuale”. Le parole sono importanti. Per la legge spagnola la differenza tra i due capi di imputazione è molto chiara: il primo prevede violenza e intimidazione, il secondo no.

Ancora una volta è lampante il fulcro della questione: se un gruppo di cinque uomini su di giri vuole stuprarti e non ti opponi a sufficienza (rischiando magari solo la vita) non sei vittima di violenza. Forse un po’ “te la sei cercata” o “in fondo ti è anche piaciuto”, lezioni di vita preziose impartiteci più e più volte: lo ha detto la Cassazione italiana sostenendo che Rosa non è stata stuprata perché “i jeans non possono essere sfilati da un aggressore” (1999); lo ha ricordato il giudice canadese Robin Camp sentenziando che “la ragazza poteva chiudere le gambe” (2015); o ancora la Cassazione che assolse uno stupratore perché la vittima non aveva “urlato ma solo detto di no”  (2017).

Tutta l’assurdità di questa violenza istituzionalizzata raggiunge il parossismo se si pensa che una delle toghe spagnole ha votato addirittura per la completa assoluzione. E oltre al ricorso già annunciato dai legali della ragazza ne è in arrivo un altro dai difensori degli stupratori, anzi no, di quei ragazzi che in fondo volevano solo divertirsi. Ciò che sconvolge e rischia di far esplodere il concetto stesso di giustizia è che, come ha sostenuto anche l’Onu, decisioni di questo tipo hanno l’effetto di spostare la colpa sulla vittima, reificando un sistema di pensiero per cui la gravità della violenza subita non è stabilita dalla natura dell’atto ma da come si è state in grado di reagire. Questa volta però l’indignazione collettiva è tale da dilagare con sempre maggior forza: Madrid, Barcellona, Siviglia, Alicante sono solo alcune delle città in cui già si sono espresse rivolte e proteste e molte altre sono sicuramente alle porte. Le donne devono essere libere di fare ciò che vogliono “senza per questo essere giudicate, violentate, intimidite, assassinate o umiliate”. 

Queste le parole di una lettera scritta dalle Carmelitane di clausura di Hondarribia che, unendosi a quella campagna che mira da mesi a strappare il velo dietro il quale si cela l’imperante violenza di genere di cui questo caso è solo la punta dell’iceberg, concludono: “Sorella, io ti credo”. Su quest’onda il premier spagnolo annuncia una possibile revisione del testo di legge, politici di tutte le estrazioni si dicono sconvolti da una sentenza di questo tipo, da ogni parte del mondo arriva solidarietà. Non rimane che sperare, si direbbe, e invece no. La speranza non c’entra. L’unico cambiamento possibile è in mano nostra, nella vita di tutti i giorni e nella pratica quotidiana della protesta, nel non tacere di fronte alla violenza, nel denunciare e nell’assumere la consapevolezza di essere figli di una cultura che su temi come questo deve essere necessariamente scardinata.

pubblicato sul numero 36 della Falla – giugno 2018

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