IL DIRITTO DI ESSERE UMANI

COME DUE DONNE HANNO CAMBIATO IL MONDO

di Caterina Campisi  

Mi piacerebbe cominciare questo articolo citando due donne: Eleanor Roosevelt e Hansa Mehta. Sì, proprio delle donne, perché anche in questo caso la storia, o gli uomini che la raccontano (perlopiù uomini cis), tende a dimenticare o a eludere volontariamente il ruolo fondamentale che queste hanno avuto, ancora una volta, nel garantire il progresso civile dell’umanità.

La prima, la cui fama e l’opera di attivismo politico le permisero di presiedere al lavoro della Commissione dei Diritti Umani – nonostante la mancata formazione giuridica -, svolse un’intelligente ed efficace operazione di mediazione e raccordo tra i membri e le diverse linee politiche e giurisprudenziali. La commissione, un comitato creato dal Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, era composta da membri provenienti da otto stati, selezionati sulla base del criterio della più ampia rappresentatività geografica.

La seconda, scrittrice ed educatrice indiana, fu la fautrice dell’indispensabile quanto non scontata specifica dell’articolo 1. Esseri umani, non uomini. Non erano ancora gli anni in cui si discuteva del ruolo centrale del linguaggio nel processo di definizione e di riconoscimento sociale, ma lei, durante i lavori della Commissione, obiettò giustamente che il termine ″uomini‶ sarebbe stato sicuramente usato dagli Stati per limitare le libertà femminili e delle minoranze, come già pratica frequente nel Paese da cui essa proveniva.

Articolo 1. ≪Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza≫

Articolo 1. ≪Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti≫ (Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, 1789)

Ѐ l’articolo che risente maggiormente del debito con la Dichiarazione francese, seppur lo spirito di questa abbia permeato tutto il lavoro della Commissione, sia il confronto preliminare sia il momento della stesura. Ed è proprio in tale prospettiva che numerosi membri dell’Onu richiedevano per la Francia un ruolo centrale, quale punto di partenza e di riferimento per l’elaborazione di un testo sui diritti universali. Ma nella mente dei redattori erano presenti anche il Bill of Right e la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, e i più recenti apripista dei 14 Punti di Woodrow Wilson del 1918 e i pilastri delle Quattro libertà inseriti dal presidente Roosevelt (non a caso!) all’interno della Carta Atlantica del 1941.

Il risultato furono trenta articoli che seppur senza nessun vincolo giuridico hanno rappresentato il fondamento, in campi diversi, di trattati, dichiarazioni, convenzioni e legislazioni successive e l’avvio di un processo di generalizzazione della protezione dei diritti umani. Il diritto alla vita, di eguaglianza, il diritto a un lavoro senza sfruttamento e schiavitù, di confessione, di coscienza ed espressione e di movimento. Tutti diritti che avevano faticato a trovare riconoscimento durante i secoli e che nei decenni immediatamente precedenti erano stati nuovamente e brutalmente calpestati dagli scempi dei conflitti mondiali e dalle barbarie delle dittature e dei totalitarismi. In questo difficile contesto storico si consolida la convinzione che necessitasse un sistema di aiuto internazionale (vedi l’Unrra e poi la nascita dell’Onu nel 1945) grazie al quale impedire che questi fatti non si ripetessero più. L’essere umano da solo non c’è l’aveva fatta, aveva bisogno di una legislazione che glielo prescrivesse e che prevenisse l’atto estremo e individuale della disubbidienza civile. Il Preambolo della Dichiarazione specifica difatti che: ≪Il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità≫, e dunque considera fondamentale che ≪i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione≫. Il livello oltre il quale si era spinto l’agire umano, nel totale disconoscimento della dignità umana, dei valori e della vita, in tutti i suoi aspetti, sono stati alla base di una legislazione che si basò sul principio d’interdipendenza dei diritti. Ciò che lo rende un testo unico è la garanzia tanto dei diritti politici ed economici quanto di quelli sociali e culturali. Il diritto alla possibilità di ognuno di conseguire uno stile di vita dignitoso e aspirare a una piena realizzazione personale.

Una lista così esaustiva è, ripetiamolo, figlia del particolare clima storico in cui è stata concepita. Ansiosa di mettere d’accordo un mondo appena riemerso da una tragica catastrofe, e già diviso in due blocchi di potere. L’inizio della guerra fredda, in cui si esprimevano e perseguivano due visioni opposte. A Parigi, il 10 dicembre 1948, 48 Paesi membri votarono a favore e 10 si astennero, nessun voto contrario. Seppur il blocco sovietico faceva parte di quella fetta di rappresentanza che non espresse il suo voto possiamo comunque concordare che un risultato storico fu ottenuto, immortalato nella fotografia di una soddisfatta Eleanor Roosevelt che mostra al mondo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

A 71 anni di distanza però molti di quei diritti non sono ancora garantiti. Né nei Paesi in via di sviluppo, facilmente disegnabili come cattivi e retrogradi nell’immaginario comune, né negli avanzatissimi e democraticissimi Paesi occidentali. L’estirpazione del lavoro minorile è ancora un sogno lontano, il globo – seppur al di là dai nostri occhi – è devastato ogni giorno da sanguinosi conflitti, le minoranze non vengono rispettate, anzi sono discriminate quando non apertamente perseguitate, bambine e donne sono più che mai vittime di violenze, la libertà di espressione e il diritto a un’istruzione non sono mai pienamente garantiti, l’ineguaglianza sociale va solo accrescendosi, e sempre più persone si vedono negato il diritto a poter risiedere in un Paese diverso da quello d’origine, dilaniato da persecuzioni e conflitti. L’articolo 14 che sancisce il diritto di asilo – reso poi vincolante dalla Convenzione di Ginevra del 1951 – era attuale e urgente già a quell’epoca. Milioni di europei, riuniti sotto il nome di Displaced Persons (Dps), all’indomani del conflitto vagavano per l’Europa senza una casa e internati in campi profughi, divenuti proprio in quell’occasione fattore costitutivo delle politiche di soccorso ai rifugiati. La Convenzione di Ginevra ratificò in seguito a questo fenomeno lo status di rifugiato (eliminando successivamente gli iniziali vincoli geografici e cronologici) e riconoscendo l’individualità di tale diritto, adottato precedentemente solo per nazionalità o appartenenza a specifici gruppi.

L’attuale crisi migratoria ha mostrato la labilità di questo diritto, anche in Europa dove la farraginosità di molte pratiche burocratiche risponde a precise politiche statali di dissuasione.

La conoscenza delle basi storiche, sociali e culturali di qualunque processo e istituzione umana è un compito primario di un’adeguata educazione fornita dallo Stato e lo ritengo il miglior strumento per lo sviluppo di una capacità di analisi e di coscienza critica in quanto cittadin*. E – citando Hansa Mehta – prima di tutto esseri umani.

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