COME IL COVID SI È ABBATTUTO SU UN SISTEMA GIÀ IN DEGRADO

Pochi mesi fa mi sono imbattuta in una conversazione tra bibliotecar* in una mailing list. La mia attenzione è rimasta impigliata nell’email di un collega. Non tanto per il suo contenuto, una chiamata all’azione per la categoria – da lui descritta come una mandria di deretani pesanti incollati alla poltrona – di fronte all’assenza delle biblioteche nel discorso pubblico prima, durante e dopo l’emergenza sanitaria, quanto più per il suo incipitIl collega esprimeva il suo rifiuto di utilizzare un linguaggio inclusivo dal punto di vista del genere, sostenendo che asterischi e schwa gli provocano desideri di invasione della Polonia. La cosa mi ha fatto riflettere: possibile che anche in ambito bibliotecario non si riesca a riconoscere, nemmeno a* propr* collegh* che lo rivendicano, il diritto di autorappresentarsi e contare anche nel linguaggio? Eppure il nostro settore è stato al centro delle azioni e riflessioni dei movimenti femministi e LGBT+, che fin dagli anni Settanta si sono posti l’obiettivo di creare biblioteche e archivi che sfidassero l’eteronormatività e il sessismo insito nel sistema della cultura italiano (circa una trentina, dislocati per tutto il paese, sono tuttora attivi). Certo, il contesto bolognese è privilegiato, perché ci restituisce parte importante della storia dei centri di documentazione di genere: non tutte le città sono Bologna, luogo così fortunato da raccogliere nel giro di pochi chilometri quadrati la Biblioteca Italiana delle Donne, parte del Centro di Documentazione e Iniziativa delle Donne, e la biblioteca del Centro di Documentazione Flavia Madaschi del Cassero LGBTI+ Center, due istituzioni di livello internazionale, riferimenti fondamentali per singol* e movimenti del territorio. Questo confronto mi ha comunque portata a riflettere su come anche il mondo delle biblioteche sia cucito su misura sul maschio etero cisgender a tutti i livelli, dalla prevalenza di autori uomini nei cataloghi, al divario digitale basato sul genere, all’organizzazione del lavoro. Eppure, una percentuale molto alta sia del personale che dell’utenza delle biblioteche è composta da donne, di diversi orientamenti sessuali ed espressioni di genere (e mi rifiuto di pensare che non esistano bibliotecar* trans*, o non-binary!). L’immaginario comune, del resto, è chiaro: dai Ghostbusters alle personagge di Alison Bechdel, sono le bibliotecarie a tenere in piedi il sistema! Dalle questioni più concrete, come la presenza di assorbenti nei bagni delle biblioteche, a quelle più specialistiche, come la necessità di svecchiare i sistemi di classificazione semantica migliorando il linguaggio di indicizzazione dal punto di vista di genere, le criticità sono moltissime. La precarizzazione del lavoro ha colpito duramente tutti i settori dell’ambito bibliotecario negli ultimi decenni, marginalizzando ulteriormente le donne e le soggettività LGBT+, lasciando buchi nel personale (tanti pensionamenti, poco turn-over, pochi concorsi, frammentazione contrattuale, strapotere delle cooperative, sfruttamento del lavoro precario, uso massiccio del volontariato e di tutte le forme di lavoro non pagato) e sostanzialmente bloccando la formazione.  Stiamo invecchiando, siamo spesso più format* di chi ci ha preceduto, ma anche sottopagat*, e non possiamo sostenere ulteriori spese per ampliare le nostre competenze,  esempio verso le “digital humanities”.

L’emergenza sanitaria ha avuto conseguenze durissime sul lavoro (e non solo, naturalmente), peggiorando la situazione: le biblioteche sono rimaste chiuse per mesi, chi ha potuto ha lavorato in smart working, molt* sono finit* in cassa integrazione, e altr* sono rimast* a piedi. La casistica è varia, e al ritorno al lavoro (per chi ci è tornat*) c’era lo smarrimento di fronte all’assenza di certezze sul se, e in che modo, riprendere le attività. La preoccupazione per la propria e l’altrui salute è tuttora molto forte, e a poco servono i soldi concessi dal decreto Franceschini per comprare libri nuovi quando c’è un intero sistema da curare, svecchiare, scuotere.

Pubblicato sul numero 59 della Falla, Novembre 2020