L’associazione reggiana Taboon ha creato un ponte diretto con i comitati palestinesi di resistenza non violenta supportando spese per battaglie legali, offrendo copertura mediatica, contribuendo all’acquisto di beni di prima necessità o strumenti per denunciare soprusi come videocamere, mettendo i nostri corpi contro gli ordini di demolizione. Il nostro impegno è volto al contrasto all’occupazione israeliana costruendo momenti di testimonianza e di formazione in Italia e all’estero.
Quando vivere diventa impossibile la resistenza diventa vita
La Cisgiordania è una regione dello Stato palestinese, suddivisa in 11 governatorati, con una popolazione che supera i 3 milioni di abitanti. Il 60% del territorio è sotto il controllo militare e amministrativo israeliano. A questo dato va aggiunto che oltre 700.000 israeliani vivono illegalmente in colonie e avamposti.
In concreto cosa significa questo per una persona palestinese?
Spostarsi dalla propria città o villaggio è diventata un’impresa
Secondo l’Ufficio ONU per gli affari umanitari sono 925 i posti di blocco e le restrizioni alla circolazione in tutta la West Bank (compresa Gerusalemme Est), il numero più alto registrato negli ultimi 20 anni. Ogni volta che scendo nella regione Masafer Yatta, a sud di Hebron, vedo muri nuovi, check point installati in pochi mesi, cumuli di cemento per bloccare strade. Sono tutte strutture, mobili o fisse, che l’autorità israeliana utilizza per isolare intere regioni, città o singole famiglie. Dopo il 7 ottobre 2023 la situazione è peggiorata, Israele ha installato grandi cancelli gialli agli ingressi dei villaggi palestinesi della Cisgiordania. Le chiavi di questi cancelli sono in mano all’esercito di occupazione israeliano. Così intere comunità si trovano bloccare da un giorno all’altro senza spiegazione, senza sapere quando potranno andare in ospedale a curarsi, oppure a trovare parenti o semplicemente al lavoro. Ci sono casi documentati in cui donne palestinesi sono costrette a partorire ai check point, sotto lo sguardo di soldati israeliani, perché viene vietato loro il passaggio.
Il diritto allo studio di bambini e ragazzi è un teatro di guerra.
Per chi vive in zone rurali andare a scuola significa percorrere lunghi tratti di strade o sentieri verso i villaggi più grandi. Un tragitto che vede le persone più giovani esposte alle violenze di coloni ed esercito israeliani. Sì, perché spesso per arrivare sui banchi di scuola bisogna passare vicino alle colonie illegali israeliane, e i coloni che lì vivono in violazione del diritto internazionale amano praticare quello che per loro è ormai uno sport nazionale: l’attacco allә studenti palestinesi. Spostandosi a piedi, vengono intercettati da mezzi israeliani e rimandatә a casa, a volte anche violentemente aggreditә.
Nonostante questo lә bambinә palestinesi fanno di tutto per raggiungere le scuole, che un giorno ci sono, quello dopo potrebbero non esserci più. La demolizione di queste strutture pubbliche è una prassi consolidata dell’autorità israeliana. Nel 2023 assistetti alla distruzione di una scuola in un piccolo villaggio del Masafer Yatta. Le ruspe, protette dall’esercito israeliano, iniziarono i lavori di demolizione con lә bambinә ancora dentro. Nei giorni successivi la comunità e lә insegnanti decisero di montare delle tende ed organizzare le lezioni lì sotto. Dopo poche ore l’esercito israeliano si presentò per sequestrare la tecnostruttura perché “mancavano le autorizzazioni”.
La casa: un diritto reso maceria.
Nelle “aree C” della West Bank, cioè sotto totale controllo israeliano, tutte le costruzioni superiori a 60 centimetri necessitano di un’autorizzazione da parte dell’amministrazione occupante israeliana, come dire “È la tua terra, ma non è nelle tue mani”. Lә attivistә del collettivo palestinese Youth of Sumud ci spiegano che oltre il 90% delle richieste edilizie viene respinta da Israele, e questo vale per le case, stalle, strade, scuole o semplicemente per un bagno esterno.
Ma gli ordini di demolizione non si applicano solo a ciò che è nuovo, colpiscono anche interi villaggi già costruiti da decenni senza ragioni tecniche ben specificate, con un obiettivo però chiarissimo: lasciare spazio all’espansione delle colonie e degli insediamenti israeliani.
A novembre dell’anno scorso sono stato nel villaggio di Umm al-Khair nel sud della Cisgiordania, il 28 ottobre la comunità ha ricevuto 14 ordini di demolizione, compreso il centro culturale adibito a scuola. Mentre sto scrivendo questo articolo, a maggio 2026, la colonia adiacente di Carmel sta installando 10 nuovi container e un filo spinato attorno alla scuola di Umm al-Khair. Secondo l’Ufficio ONU per gli affari umanitari da gennaio 2023 sono 45 le comunità palestinesi interamente sfollate a causa delle violenze dei coloni e delle relative restrizioni di accesso. Ricordiamo che i coloni, per la legge israeliana, hanno il diritto di girare armati per difendersi.
In questi mesi estivi si sono intensificati i raid di coloni ed esercito, interi villaggi sono stati demoliti, ai bambini non è più permesso di andare a scuola e i pastori vengono sistematicamente arrestati. Per questo motivo i comitati palestinesi chiedono massimo supporto alla comunità internazionale tramite progetti di solidarietà nei territori palestinesi occupati, diffusione di notizie indipendenti e verificate e programmi di accoglienza dedicati ad attivisti e attiviste palestinesi. Per lasciare loro il racconto della pulizia etnica, con la speranza che l’oppressione israeliana possa terminare ed essere processata.
Immagine in evidenza: taboon.org


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