ESSERE VITTIME, FARE LE VITTIME

CONSIDERAZIONI PER COSTRUIRE UN’AUTODIFESA TRANS

di Antonia Caruso

Da vent’anni negli Stati Uniti, e da una decina in Italia, si celebra il Transgender Day of Remembrance. Si dicono i nomi, si ricordano le morti, tutte le morte e i morti ammazzat*, perché non siano solo un mucchio di carni insolute. 

Fanculo ai mostri, noi l* ricordiamo un* per un*.

In tutto il mondo, nell’ultimo anno sono state 330 le persone trans uccise in quanto trans, Brasile in testa.

La morte, l’omicidio bruto, è però solo l’apice della piramide delle violenze. 

Il resto: microaggressioni verbali, aggressioni fisiche, violazione della privacy, infantilizzazione, patologizzazione, violenza psicologica, le Terf, Sabrina Ferilli.

Senza un pensiero critico e politico sulle ragioni, le cause e le strategie, il TDOR rischia di diventare uno strumento del pensiero comune: mostri o vittime. 

O entrambe, e su questo, la storica e attivista trans Susan Stryker aveva trovato in Frankenstein un simbolo forte di vittimismo, mostruosità e rabbia. 

Le vittime vanno compatite, le vittime hanno ragione e le vittime sono deboli. 

Hanno bisogno di essere guidate e tutelate, non di diritti.

Il TDOR rischia di diventare un rituale che ci auto conferisce lo status di vittime, suggerendo che il modo migliore per farsi ascoltare sia fare le vittime.

Siamo vittime o facciamo le vittime? 

La posizione in cui ci troviamo, tra l’esposizione del sopruso costante e la sudditanza, ci pone a oscillare. Non c’è niente di male, basta rendersene conto. 

Dobbiamo sottostare alle regole del sistema sociosanitario senza poter contrattare; in più, siamo legate con un patto mefistofelico al capitalismo farmaceutico. 

Non possiamo vivere senza rapporti con le istituzioni, ma i rapporti con le istituzioni che cercano saperi e informazioni in maniera gratuita si sclerotizza, perché non c’è uno scambio di conoscenze.

Questa è una posizione molto difficile, che genera una filovia di sentimenti negativi: rabbia, rancore, timore, paura e, come reazione, orgoglio. 

La visibilità autodeterminata, invece, basterebbe a garantirci uno spazio sicuro nel mondo? Probabilmente no, mi è tragicamente chiaro che il Transgender Day of Visibility non avrà mai nemmeno un briciolo della forza drammaturgica e tragica del Tdor. Nel contrasto tra visibilità e la morte, vince la morte. 

Paradossalmente, la visibilità è spesso quella che ci uccide. 

Il passing basso, il pomo d’Adamo, la voce, la barba, la non barba, i fianchi, l’altezza…

Vince la morte, bastano i nomi, basta la ritualità e l’enunciazione del lutto, senza volerne sviscerare le cause.

Gli Stati Uniti sono razzisti: su 31, almeno 20 donne uccise erano nere, trans o non binarie. Erano nere + trans, ma nel discorso da colonizzatori questo spesso non sembra importare.

La società italiana non è così vicina a quella statunitense o a quella brasiliana – che sono luoghi culturali e biopolitici di violenza e razzismo – ma nonostante questo, nemmeno qui riusciamo a enunciare chiaramente, a noi stess* e a chi ci ascolta, che il TDOR dovrebbe indicarci che la violenza transmisogina è violenza di classe ed è violenza razzista.

Probabilmente, quelle che molti chiamano, con disprezzo, “i viados brasiliani”, sono qui per salvarsi la pelle. 

Quest’anno, che è anche l’anniversario di Stonewall, troviamo Sylvia Rivera e Marsha P. Johnnson ovunque come madri fondatrici. Abbiamo bisogno di madri fondatrici.

Le aveva tutte, Sylvia, tutte. Non bianca, sieropositiva, povera, poverissima, sex worker.

Sylvia e Marsha erano quanto di più lontano dall’omonazionalismo e dal riformismo ci potesse essere. Sylvia era radicalmente antagonista, e non aveva bisogno di patrocini.

Sylvia credeva che la polizia fosse il nemico, questa era la sua visione e noi, se la vogliamo come madrina, dobbiamo sapere chi fosse, com’è vissuta e cosa significhi abbracciarla come nostro simbolo. Almeno per il 2019. 

Sylvia era discriminata, soprattutto dall’enclave dei maschi bianchi gay che da sempre sono l’establishment del movimento.

Non abbiamo mai scelto come simbolo Christine Jorgensen: morigerata, autodeterminata, bianca, molto sciura borghese. Ci siamo fatte sfiorare da Lili Elbe, che poi era intersex. Non c’è mai passato per la testa di affidarci al Cavalier d’Eon, spia di Luigi XV e diplomatic* che ha vissuto metà della sua vita come uomo e l’altra come donna, o Lou Sullivan, il primo uomo trans a dichiararsi pubblicamente gay.

Abbiamo scelto di vivere all’ombra e in adorazione di altri miti. 

Mitizziamo delle figure per avere dei riferimenti forti, per non sentirci deboli e inett*, come un po’ forse ci tocca essere. Come il capitalismo, il patriarcato e il cattolicesimo ci vogliono. La legge 164, l’unica legge italiana che riguarda le persone trans, è stata creata in condizioni per certi versi ben peggiori, sicuramente molto diverse. 

Chi è il nostro nemico ora?

I centri Onig? I fascisti? I no gender? I giornali a cui diamo qualsiasi tipo di informazione pur di avere un minimo di considerazione? Lo stato? La polizia? Chi ci ascolta per pietà? Efe Bal? Noi stess*?

Non ho, come spesso, risposte che vadano bene per la molteplicità di problemi, desideri, corpi delle persone trans. Intravedo però uno strumento pratico e collettivo come l’autodifesa.

Transfemminista, globale, verbale, digitale, mediatica.

Senza diventare Chuck Norris o Xena, l’autodifesa è innanzitutto togliersi dalla posizione di vittima e mettersi su una posizione paritaria. 

Scegliere se e come entrare in un conflitto.

Sapere come gestire un conflitto. Creare una nuova narrazione, colpire se necessario.

Il tacco lanciato che tanto ci ispira era una reazione, ma poi servono dei piani, delle strategie, delle cose pensate, e dovremmo farlo insieme. 

Per esempio, Sylvia e Marsha avevano creato S.T.A.R. (Street Transvestite Action Revolutionaries) per assistere le persone trans senza una casa e senza soldi. L’autodifesa va costruita insieme, tanti piccoli saperi, tante piccole pratiche.

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