JUST AMONG US

CONVERSAZIONI INTERSEZIONALI TRA GENERE, DECOLONIALITÀ E FEMMINISMI

INCONTRO CON NICOLE MOOLHUIJSEN

di Irene Russo

Ospitato mercoledì 16 nel cortile interno di Attitudes_spazio alle arti, Just Among Us è uno dei pochi eventi decentrati del Gender Bender festival, quest’anno alla sua XVIII edizione, un po’ come a voler tradurre nel profilo urbano quella marginalità che è al centro di queste conversazioni con focus su genere, decolonialità e femminismi. Anche la separazione tra pubblico e ospite viene eliminata: quattro sedie, disposte a debita distanza, accolgono me, altre due spettatrici e Nicole Moolhuijsen, l’ospite di questo incontro. Freelance, specializzata in Museum Studies, membro della commissione internazionale Icom per i Musei della Storia dell’Arte, nel 2019 vince un bando di ricerca sulle questioni di genere e inizia a condurre i suoi studi tra l’Italia e i Paesi Bassi, ponendo al centro della sua indagine le interazioni tra l’istituzione museo, le collezioni ospitate e il suo pubblico, con particolare attenzione verso la comunità LGBTQ+.

Il primo tema che viene affrontato è quello della narrazione: «Quando studio una mostra la prima cosa che mi chiedo è: qual è lo sguardo della curatrice o del curatore? E quale quello del pubblico?». 

Riconosciamo insieme come il racconto di alcune soggettività – dalle donne, alla comunità LGBTQ+, alle individualità oppresse – quando non riesce ad avere voce da sé, assume di solito dei tratti stereotipici/stereotipati. 

Il primo è la patologizzazione, che pone l’accento sul dolore dell’esperienza individuale. Il secondo (che premette il primo) assume invece l’aspetto della rivalsa sociale: nonostante la sofferenza, la soggettività oppressa riesce ad avere successo, integrandosi all’interno della società. Inevitabilmente questa narrazione finisce per invisibilizzare ulteriormente le esperienze che non si allineano a questi due paradigmi. 

È a questo scarto che guarda l’IHLIA LGBT Heritage di Amsterdam, che nel 2019 decide di ospitare le memorie, sottoforma di testo, foto o video, delle abitanti e degli abitanti che si riconoscono come trans*, con particolare attenzione alle persone anziane, spesso doppiamente marginalizzate. Non solo le fonti materiali, ma le didascalie stesse spingono il pubblico a interrogarsi su identità di genere e orientamento sessuale. Sempre ad Amsterdam, il Trompeenmuseum, dedicato alle culture delle ex colonie olandesi, indaga il genere come costrutto culturale nella mostra What a genderful world. Fotografie, oggetti d’uso, poster, video, installazioni, opere d’arte narrano l’impossibilità di concettualizzare il genere in maniera rigidamente binaria nelle varie culture esposte.

Se da un lato l’inclusione della narrazione di soggettività oppresse all’interno delle istituzioni, i musei tra queste, può avere un importante impatto a livello sociale, il rischio è di puntare a un’agognata normalizzazione che è tale solo nell’aspetto voyeuristico. Identico è il discorso per i brand e le imprese che, per quanto più sensibili alla tematica e meno costretti alle ristrettezze economiche delle istituzioni culturali, rischiano spesso di sovrapporre il potere di esistere al potere d’acquisto. «Posso anche apprezzare il reggiseno arcobaleno di marca, ma se dietro alla scelta commerciale non vedo i passaggi che sono stati fatti, il messaggio rimane fine a sé stesso». Il dibattito, concordiamo insieme, dovrebbe invece partire dalle scuole e ruotare attorno, ancora prima che alla sessualità, agli stereotipi e all’abbattimento di questi. Operazione non facile in un paese come l’Italia dove, isole felici a parte, il dialogo sul genere viene affrontato nelle irraggiungibili nicchie accademiche o, al di fuori delle istituzioni, in realtà dal basso come i collettivi, senza alcun dialogo tra questi due poli.

Immagine nel testo da genderbender.it

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