LEGGE 194 E AUTODETERMINAZIONE

Un vecchio motto latino recita: facta lex inventa fraus, ovvero “fatta la legge, trovato l’inganno”. In Italia siamo dei maestri, soprattutto quando si tratta della legge 194 del 1978.

La 194 fu un traguardo considerato epocale – insieme all’ottenimento del diritto al divorzio – del movimento femminista italiano. Una pietra miliare nella lotta per il riconoscimento al diritto all’autodeterminazione della donna. Cosa ne è stato della legge 194 quasi quarant’anni dopo?

I dati riportati dal Ministero della Salute nel 2016 in merito alle percentuali di medici obiettori di coscienza sono allarmanti. La percentuale nazionale di medici che si dichiarano obiettori di coscienza si assesta intorno al 70%. In alcune regioni i dati subiscono un’impennata: in Lazio la percentuale di medici obiettori è pari al 90%. Novanta ginecologi su cento si dichiarano obiettori e questo si traduce nella totale assenza di personale non obiettore previsto obbligatoriamente dalla 194 in alcune strutture pubbliche (gli ospedali e le cliniche religiose costituiscono un’eccezione).

Per farla breve: in alcuni strutture ospedaliere italiane non è possibile accedere all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), andando a ledere in maniera grave e inaccettabile i diritti delle donne. La regione Lazio è un caso emblematico, ma è anche un caso esemplare di come sia possibile, quanto meno a livello giurisprudenziale, far applicare la 194. Ma cosa stabilisce, di fatto, la 194? Concentriamoci sui due articoli maggiormente disattesi e più spesso impugnati davanti alla giurisprudenza di merito: l’articolo 2 e l’articolo 9.

L’articolo 2 norma il ruolo dei consultori pubblici nell’applicazione della 194 e quindi il loro compito nel garantire alla donna l’accesso all’IVG: i consultori sono infatti tenuti ad assistere la donna in gravidanza fornendole tra le altre cose tutte le informazioni e documentazioni necessarie per accedere all’IVG. Ma il vulnus sta nel comma successivo, laddove si introduce la possibilità che tali consultori – pubblici! – si avvalgano della collaborazione volontaria di associazioni. Questa disposizione ha reso possibile, soprattutto in alcune regioni, la colonizzazione dei consultori pubblici da parte degli esponenti del sedicente Movimento per la vita, rendendoli un vero e proprio avamposto atto a demonizzare le donne che vogliono accedere all’IGV e a dirottarle ai CAV – Centri Aiuto alla Vita – consultori privati, gestiti con finanziamenti pubblici, e tutti di matrice cattolica. Un’inchiesta del Gruppo Editoriale L’Espresso, del 2015, ha evidenziato come l’invasione pro-life dei consultori pubblici abbia raggiunto numeri impressionanti, soprattutto in Lombardia – regione restia a fornire i dati in materia al Ministero della Salute – e in Lazio. Secondo la legge 194 il numero di consultori dovrebbe essere uno ogni ventimila abitanti: i numeri, con poche eccezioni, sono da film dell’orrore.

Proprio sulla presenza di avamposti pro-life e di medici che si dichiarano obiettori nei consultori (presenza normata dall’articolo 9 della stessa 194) la regione Lazio ha portato avanti una battaglia che si è conclusa quest’estate con il respingimento del ricorso presentato dal Movimento per la vita: il TAR ha dato ragione alla giunta regionale.

Su quali motivazioni il TAR ha respinto il ricorso dei pro-life? Semplicemente ribadendo quanto sancito all’articolo 9, comma 3, che stabilisce che l’obiezione di coscienza del medico può essere opposta solo ai procedimenti di IVG, ma non può essere opposta nell’assistenza pre e post IVG e men che meno nella prescrizione di contraccettivi post coito.

Una sentenza che apre un piccolo spiraglio? Vedremo. Sicuramente non sarà sufficiente a garantire a migliaia di donne – soprattutto migranti e vittime di tratta, ma non solo – il loro diritto all’accesso all’IVG e alla propria autodeterminazione. La strada è ancora lunga, i dati catastrofici, la depenalizzazione dell’aborto clandestino un’atrocità e le storie delle nostre compagne che cercano di accedere all’IVG fanno accapponare la pelle. La lotta iniziata dalle nostre compagne negli anni Settanta è lungi dall’essere finita.

pubblicato sul numero 20 della Falla – dicembre 2016

Foto Antonella Beccaria

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