Questo di Elia Bonci è un saggio scritto con rabbia e lingua al vetriolo, che parte dallo spunto autobiografico per denunciare tutti i meccanismi di marginalizzazione che le persone trans* subiscono quotidianamente. Con piglio deciso e una certa fantasia, Bonci cerca anche di riempire lacune semantiche e creare un vocabolario per definirsi meglio al contempo come persona e mostro, come soggetto pregno di istanze che non ha bisogno di omologarsi ai criteri cisnormativi ed eteropatriarcali per ottenere l’accettazione di questa società, e come essere vivente di pari dignità a ogni altra forma di vita.

Molte le analogie con cui tutto questo discorso è alimentato: prima e più ovvia quella con il moderno Prometeo nato dalla penna di Mary Shelley, creatura senza nome costretta a nascondersi, a osservare da lontano, a ottenere giustizia attraverso la violenza; ma anche l’analogia con gli insetti, che automaticamente associamo allo sporco, allo schifo, all’infondato senso di potere e controllo che abbiamo sulle loro minuscole esistenze; e streghe, vampiri, licantropi e tutti quei mostri che sono sempre stati descritti come ai margini del mondo umano, costretti a parassitare per sopravvivere e utili in passato a ribadire un noi contro loro, a fare da ammonimento ed esorcismo, a rinsaldare le maglie sociali.

Quella che invoca Elia Bonci, per certi versi, è una rivoluzione collettiva e individuale, che mira a riprendersi non solo propri spazi e proprie voci, tutt’altro: invita a scavare nel linguaggio e ottenere propri nomi, proprie parole, propri diritti.

Anche mordendo e graffiando, anche spaventando con la propria sola presenza, perché è questo che ci si aspetta da un mostro.

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