Tra il 12 e il 13 settembre, in zona San Felice, un ragazzo che camminava con due amiche è stato circondato, insultato e colpito da un gruppo di persone. Nella notte del 25 settembre, nei pressi di via Borgo di San Pietro, due ragazzi sono stati insultati perché si tenevano per mano e poi aggrediti a calci e pugni. Il 30 settembre, in via Mascarella, uno studente ventenne è stato minacciato e colpito al volto mentre passeggiava con due amici. Agli insulti omofobi, questa volta, si sono aggiunti quelli razzisti.
Tre aggressioni in meno di tre settimane sono inaccettabili, ma non ci raccontano qualcosa di nuovo. Questo tipo di odio lo conosciamo tutte da vicino, anche senza le botte, nella cautela con cui ci guardiamo intorno prima di tenerci per mano, di baciarci, di renderci visibili.

Questa cautela, a Bologna, ce l’eravamo quasi dimenticata. Forse perché ci siamo abituate a pensarla come un’eccezione: la Bologna del Cassero, antifascista e queer; la Bologna del Triangolo Rosa di Villa Cassarini; la Bologna con Porpora Marcasciano in Consiglio comunale; la Bologna dove abitare le strade con i nostri corpi queer è motivo di orgoglio. Ma, evidentemente, anche questa Bologna sa mostrare un’altra faccia.
Del resto quello che arriva sui giornali è solo una parte della storia. Dal 2022, 356 persone si sono rivolte al Centro antidiscriminazione per episodi di violenza, molestie e discriminazioni. Più di cento persone ogni anno, dai 14 agli 84 anni. Numeri che rendono difficile parlare di un’emergenza improvvisa.
Eppure, di fronte alle aggressioni di queste settimane, c’è chi non perde tempo a sfruttare il nostro dolore per alimentare la propria propaganda. Nei primi due episodi, le vittime hanno descritto gli aggressori come giovani di origine nordafricana. Un dettaglio che è bastato a spostare il discorso sull’emergenza migratoria, usando le nostre identità come foglia di fico per una retorica che ci disgusta.
A cavalcare questa narrazione è stato soprattutto FdI, improvvisamente e inaspettatamente preoccupato per la sicurezza delle persone queer quando – ma guarda un po’ – a minacciarla possono essere persone migranti. Una premura che facciamo fatica a riconoscere quando si parla delle nostre famiglie, delle persone trans* o di strumenti legislativi contro l’omolesbobitransfobia.

Non vogliamo essere difese a giorni alterni, né diventare l’alibi per politiche razziste e securitarie. La risposta a tre aggressioni non può ridursi a più pattuglie, più controlli e più repressione. Una città sicura per le persone queer non è una città più sorvegliata.
La sicurezza che rivendichiamo è poter attraversare la città senza dover tornare a quella cautela che pensavamo di esserci lasciate alle spalle. È poter occupare lo spazio pubblico senza che farlo diventi un atto di coraggio. Questa sicurezza non si costruisce solo nelle strade: passa dalle scuole, dai servizi, dagli spazi di aggregazione, dalla cultura e da una città capace di non lasciare sole le persone che la vivono ogni giorno.
Bologna ha costruito una parte importante della propria identità sull’essere una città aperta, accogliente, attraversata da movimenti e comunità che ne hanno cambiato la storia. Ma questa identità non è un titolo acquisito una volta per tutte: va praticata ogni giorno, soprattutto quando quello che succede nelle nostre strade ci ricorda che non possiamo darla per scontata.
Noi, intanto, vogliamo continuare ad abitarla con i nostri corpi, i nostri affetti e le nostre identità. Vogliamo continuare a tenerci per mano senza guardarci intorno. Non per coraggio, non per sfida, ma perché questa città è anche nostra.
Perseguitaci