Il doomsday clock, metaforico orologio che misura quanto l’umanità sarebbe vicina a catastrofi e conseguente fine del mondo, segna 85 secondi alla mezzanotte. Al di là delle previsioni su quando e se verrà sganciata la bomba atomica, questa misura ci parla di una sensazione e una direzione che stanno condizionando più che mai la nostra contemporaneità. La sensazione è quella di non aver mai tempo, e la direzione è quella verso le catastrofi che ormai pare essere inarrestabile.
Ma le logiche che alimentano questa corsa verso la catastrofe attraversano anche la nostra quotidianità, fino a portarci a valutare secondo criteri di utilità e profitto le persone e i rapporti sociali. Il pessimismo è evidente ma superabile se decidiamo di riprenderci quello che ci è stato tolto. È necessario individuare la forza che sta dietro le privazioni che affrontiamo; le cause sono anche più d’una, ma in termini collettivi non è mai superfluo ribadire che la malattia si chiama capitale.
Ho sempre provato irritazione e spiazzamento a sentire che «i mercati fanno, dicono» ecc. Il capitale non è un’entità che agisce inerte ma l’intenzione precisa di chi crede di poter possedere tutto e continua a intromettersi nelle nostre vite per chiederci di essere isolatə e prepotenti. La salvezza è identificata solo con la ricchezza però vorrei evidenziare tre campi che secondo me possono offrire una visuale diversa per iniziare a spostare le priorità: il linguaggio, la volontà e la salute. In estrema sintesi, se l’operazione linguistica rende astratta la fonte del problema, perdiamo la volontà di opporci a un antagonista ormai astratto, e senza volontà gli organismi deperiscono. Indovinate chi si presenterà come medico?Lo stesso sistema che, anziché interrogarsi sulle cause della povertà, finisce per attribuirne la colpa a chi la vive. En passant dobbiamo ricordarci che sulla medicalizzazione della società si fanno i migliori profitti, in denaro e soprattutto in percezione di essere costantemente nel mirino e quindi costitutivamente deboli di fronte a questo modello che ci tiene inchiodatə; Ivan Illich lo spiega bene nel suo libro del 1976 Nemesi medica.

Non è mai superfluo nominare il capitalismo, in quanto la considerazione scomoda da accettare è che siamo statə istruitə, nostro malgrado, e ambiamo a comportarci come padroni rischiando di arrivare a pensare che avere amicə sia comprare un prodotto. È importante sapere che esiste la possibilità di agire secondo altre logiche, non è vero che siamo destinate a subire: uno schema non è una condanna e se il più delle volte ci muoviamo solo per sostituire un’angoscia con un’altra, è il momento di tornare a partecipare alla gestione del sociale. Orientarsi nella trappola non è facile ma è possibile trovare chi dia altre coordinate. Come la cooperativa MAG, presente in diverse regioni, che si occupa di finanza solidale: il denaro non serve a dominare, ma a essere raccolto tra i soci e redistribuito in modo equo, attraverso consulenze, formazione e prestiti destinati a progetti con un impatto positivo sulla cultura, sull’ambiente e sulle relazioni. Nascono esperienze con visioni opposte alla competitività. A San Lazzaro, invece, si sta sviluppando la Fattoria del Dono,: una rete per far crescere le attività che valorizzano aree spopolate nell’appennino bolognese. A Bologna da qualche anno c’è una riflessione sugli immobili in disuso che sarebbe il caso di riaprire pubblicamente allə cittadinə. Una citazione va a Ivan Fantini, ex chef diventato noto negli ambienti sensibili all’economia circolare, partecipando a incontri in cui racconta cosa lo ha spinto ad abbandonare la ristorazione stellata, cucinare con ingredienti non conformi alla vendita o scartati e vivere dal 2011 di baratto a Gemmano nel riminese.
Individuiamo dalle MAG fino a Ivan elementi costanti quali la redistribuzione, la terra e la comunità. Sono gli anticorpi che avviano un discorso che toglie centralità alla moneta a partire sia dal rispetto delle risorse naturali sia dalla disponibilità di ciascunə a cercare una redditività multifattoriale.
Ripartire dalla comunità significa allora rimettere al centro ciò che il capitale non può comprare: le relazioni, la solidarietà e la capacità di costruire insieme alternative concrete.
Perseguitaci