È bastato un commento. Uno soltanto, lasciato sotto il post di una frangia politica sionista e decisamente destrorsa. Un commento che non ha neanche creato chissà quale engagement, niente che meritasse una crisi diplomatica della mia homepage. Eppure, grazie alla simpatica legge dell’algoritmo, nei giorni successivi mi sono ritrovata improvvisamente fuori dalla mia bolla.

È stato un viaggio antropologico. Sono stata catapultata in un universo fatto di rabbia, razzismo, disgusto, violenza verbale e, soprattutto, di un gigantesco, quasi infantile, fastidio nei confronti della cosiddetta cultura woke.

Ho incontrato vignettisti brutali, comici di dubbio gusto, opinionisti armati di poche competenze lessicali e moltissima intelligenza artificiale. Un mondo in cui mettere in discussione uno stereotipo diventa censura, l’attenzione alle parole é dittatura del politicamente corretto, e ogni persona trans o femminista é una minaccia alla civiltà.

Ma soprattutto ho visto in faccia il mostro, identico in ogni rappresentazione: comunista, filo-islamico, ipocrita, vegano, poliamoroso, sporco, brutto e arrabbiato. Con ruoli di genere ovviamente ben definiti: donne femministe, pelose, castranti e con i capelli blu; uomini deboli, con la barba lunga e succubi. 

Dentro questa caricatura con fini umilianti c’è una quantità notevole di paure: il terrore della perdita di centralità del maschile, il fastidio verso le identità che non rientrano nelle categorie consuete, l’ansia davanti a una società che cambia, l’angoscia di perdere i propri privilegi, il sospetto verso qualsiasi riflessione sulle disuguaglianze. Tutte queste paure vengono condensate nell’utilizzo di una specifica parola in forma di insulto universale: woke.

La satira funziona così, chiaro: esagera una percezione che si ha di una categoria, specie se la sentiamo avversa alla nostra. Questo mostro woke, però, nell’ultimo periodo è stato reificato anche da personalità politiche di quella che vorrebbe essere l’ala progressista: da Conte e Renzi in Italia, alla statunitense Alexandria Ocasio-Cortez, diventando sinonimo di estremista, una posizione radicale da rinnegare.

Ma che cosa significa davvero woke? La parola non è nata su X e nemmeno in qualche dipartimento di studi di genere americano. Woke appartiene alla storia linguistica e politica afroamericana e indicava, in origine, la necessità di restare vigili, consapevoli delle ingiustizie e del razzismo. Nel tempo è tornata a circolare con forza nel dibattito pubblico statunitense, fino a essere associata anche alle mobilitazioni Black Lives Matter. Insomma: essere woke significava, in maniera decisamente letterale, essere svegli e sveglie, accorgersi di un’ingiustizia che prima non si vedeva, chiedersi perché alcune persone abbiano sistematicamente meno possibilità di altre, capire che quella che chiamiamo normalità potrebbe essere semplicemente lo status quo di chi non ha mai dovuto mettere in discussione la propria posizione. Più che una trappola escogitata per distruggere le cose preziose e belle del mondo, era uno strumento per ricordarsi che dietro alcune di esse potevano esserci una profonda ingiustizia e la sofferenza sistematica di una specifica categoria di persone.

Vien da sé che, per chi quel privilegio non vuole assolutamente metterlo in discussione, il continuo promemoria di quanto sia ingiusta la propria “comodità” nel mondo diventa fastidioso, disturbante e a tratti pericoloso. Se concordiamo sul fatto che, come persona bianca o come persona socializzata uomo, ho ricevuto dei vantaggi di cui nemmeno ero consapevole, che ne sarà dei miei meriti? E cosa dovrei fare ora, quando mi è stato promesso un certo tipo di mondo, quando comunque per arrivare dove sono ho dovuto fare dei sacrifici? 

È come scoprire di aver vinto una partita ai videogiochi solo perché, senza che ce ne rendessimo conto, era impostata sulla modalità facile. Riconoscerlo non cancella l’impegno profuso, può risultare frustrante, ma rende evidente che per altri il percorso è stato molto più in salita.

Se per molto tempo un solo modello specifico è stato la misura di tutto, l’ingresso di altre voci nello spazio pubblico viene vissuto come una sottrazione. Se prima parlavo sempre io e adesso parlano anche altre persone, posso raccontarmi che mi hanno tolto opportunità. Se prima la mia identità era considerata normale per definizione e oggi scopro che esistono molte altre identità, posso raccontarmi che c’è chi vuole cancellare la mia. Se prima una battuta razzista passava senza conseguenze e oggi qualcuno mi dice che è razzista, posso raccontarmi che mi hanno tolto la libertà di parola. Se prima una donna era socialmente incentivata ad adattarsi ai desideri maschili e oggi può rifiutarmi senza dovermi spiegare perché, posso raccontarmi che le donne sono diventate troppo esigenti. 

Woke è diventato un contenitore polemico in cui infilare femminismo, antirazzismo, diritti LGBTQIA+ e linguaggio inclusivo. Condensare tutte le battaglie sociali in un unico nemico spauracchio serve proprio a questo: evitare di discutere nel merito. 

È una scorciatoia linguistica e morale, e le scorciatoie sono comodissime quando non si ha voglia di percorrere una strada: è molto più semplice dire « Non si può più dire niente!»  che chiedersi che cosa sia stato detto, a chi, in quale contesto e con quali conseguenze. 

Davanti a una persona che lotta per i diritti delle persone LGBTQIA+ e un’altra che discute di razzismo nel mondo del lavoro non si vede una lotta comune contro la violenza sistemica, ma due persone che stanno dicendo che l’identità eterosessuale, cisgender, bianca e colonialista deve rinunciare al vantaggio che fino ad ora ha sempre avuto. Ed è più facile far notare all’attivista LGBTQIA+ che le persone arabe arrivano da una cultura omobilesbotransfobica, piuttosto che riconoscere che la cultura di matrice cattolica lo è altrettanto. 

Il rimando alla coerenza diventa un benaltrismo a senso unico, un meccanismo di difesa modello specchio riflesso, dove non sono io ad essere sessista, sei tu a non curarti contemporaneamente anche della mattanza dei salmoni. Da persona vegana non riesco nemmeno a quantificare le volte in cui una persona onnivora mi ha sbattuto in faccia la fantomatica sofferenza delle piante. Quando ancora credevo che quella fosse una reale discussione e cominciavo a rispondere seriamente parlando di sistema nervoso centrale, di sofferenza psicofisica, ci rimanevo molto male quando dall’altra parte ricevevo un sorrisino soddisfatto e un semplice: «non è vero» . La semplificazione funziona. Ed è per questo che ora rispondo tranquillamente: « Eh, lo so. Che vuoi che ti dica: le zucchine mi sono sempre state antipatiche».

Una rivendicazione di consapevolezza e allerta contro il razzismo e le ingiustizie sociali è diventata un’affermazione di superiorità morale, come le prime teorie sul genere come costrutto sociale sono diventate l’ideologia gender, un progetto occulto che vuole imporre confusione e perversione sessuale sin dalla scuola elementare. Questi mostri, che altro non sono che il prodotto della paura del cambiamento, finiscono per esistere esclusivamente attraverso le descrizioni di chi li combatte e di chi non ne riconosce l’importanza. Tutto woke. Tutto gender.

Naturalmente anche nel mondo progressista esistono l’ipocrisia, il conformismo, il buonismo, l’aggressività e la superficialità, ma il punto focale del progressismo non è la purezza, anzi, forse è proprio il contrario. Volendo riappropriarci del termine woke, ci dobbiamo dire quanto sia difficile accettare di non essere già dalla parte giusta, e ció significa mettere in discussione tutto quello su cui si è basata la nostra stessa esistenza. Essere woke equivale, di fatto, a complicarsi la vita. Significa scoprire che una battuta che ti faceva ridere a vent’anni oggi non ti fa più ridere. Significa accorgerti che una cosa che consideravi normale forse era normale soltanto perché eri tu a non subirne le conseguenze. Significa ascoltare qualcuno che ti dice: «Questa cosa che hai fatto mi ha ferito», senza rispondere immediatamente: «Sì, ma non era mia intenzione».

Se esiste chi pensa di essere moralmente superiore perché conosce più termini per nominare le disuguaglianze, è probabilmente perché ha trasformato una battaglia politica in un nuovo status. Il problema, quindi, non è decidere chi sia abbastanza woke. È capire se siamo disponibili a restare consapevoli anche quando quello che vediamo non ci piace.

Quello che ha sbagliato Ocasio-Cortez, e che continuano a interpretare male tutte le parti progressiste anche in Italia, è che la consapevolezza costante di quanto accade è una sfida a vedere l’ingiusto nella quotidianità, in ciò che si è sempre fatto. Essa in quanto tale è scomoda, fastidiosa, obbliga a una costante autocritica e a perdere consensi da chi quella critica proprio non se la vuole fare. Politica e sguardo woke faticano a coesistere nella lotta ai numeri per la conquista della maggioranza. 

Guardare i propri privilegi non significa stare davanti allo specchio e sentirsi colpevoli, ma chiedersi chi saremmo diventati senza di essi.
Quel mostro woke incontrato per caso fuori dalla mia bolla, in fondo, non è altro che lo specchio deformante di chi preferisce inventarsi un nemico grottesco pur di non svegliarsi e guardare in faccia i propri privilegi. Il sonno della ragione, è il caso di ribadirlo, genera mostri.

Immagine di copertina da firstamendment.mtsu.edu immagine nel testo da kcl.ac.uk