C’è una particolare forma di dissonanza cognitiva che sperimento da diverso tempo: gli Stati Uniti minacciano di distruggere l’Iran, e io devo assolutamente fare una lavatrice. La Palestina praticamente è stata rasa al suolo, e io devo ricomprare il latte. La polizia ti spacca la testa se esci a manifestare, e io devo rispondere a una ventina di mail che ho in arretrato. Penso che domani potrebbero stabilire un contatto con un’altra civiltà dall’altra parte dell’universo, e ciò non cambierebbe di un millimetro le mie priorità.
Tutto ciò mi angoscia.
Questo scollamento tra gli avvenimenti globali e le incombenze della vita quotidiana è il primo sintomo di quella che sempre più spesso viene appellata come permacrisi, la descrizione perfetta del nostro stato attuale, uno stato che ci fa navigare a vista in un mondo senza tregua, in cui eventi di enorme portata sociopolitica si danno il cambio senza lasciare nemmeno più uno spiraglio di pausa, un breve periodo in cui provare a convincersi che presto si sistemerà tutto e che in realtà non va così male. Infatti va malissimo.
L’aspetto grottesco (e forse buffo) è che però la nostra vita quotidiana deve inevitabilmente proseguire, pena cadere in una depressione esistenziale e inamovibile. Del resto se si è nel flow la cosa migliore è restare nel flow, dunque una crisi finanziaria senza precedenti deve farsi spazio nella nostra mente tra la lavastoviglie da svuotare e il recarsi in ufficio per un 9 to 5, forse l’unica cosa che da almeno 50 anni non accenna a cambiare.
Sembra sempre più complesso stabilire cosa abbia maggiore importanza, e la domanda che emerge è se il susseguirsi di catastrofi e dispute geopolitiche ha veramente un senso se le nostre priorità si stanno tutte ripiegando su sè stesse, facendoci chiudere ancora di più in una dimensione atomizzata e individualistica.
La permacrisi fa questo, ci costringe a guardare i nostri piccoli problemi come la fine del mondo, e a rassegnarci di fronte a uno scenario globale che si muove sempre più rapidamente verso l’autodistruzione. E quelle questioni che non riguardano noi direttamente, ma neanche minacciano la vita del pianeta? Perdite di tempo, nessuno sembra avere più l’energia per sostenere battaglie che non riguardano direttamente noi e le nostre vite, in fondo perché sostenere, facendo un esempio, lә compagnә “No ponte sullo stretto” se ci troviamo in Umbria.
Mi torna alla mente un passaggio di Se niente importa, libro di Jonathan Safran Foer che pure in tutta la sua smagliante retorica è stato uno dei testi che mi ha spinto a non consumare più carne e pesce. Safran Foer racconta della nonna, che durante le persecuzioni razziali in Est Europa rischiava di morire di fame, e di quando un vicino mosso a pietà le abbia portato da mangiare un pezzo di carne di maiale. La donna era però ebrea, e pur di non venire meno ai dettami della sua fede ha rinunciato a nutrirsi di quel cibo che, forse, avrebbe potuto fare la differenza tra la vita e la morte. «Se niente importa, non c’è niente da salvare».
E recuperando i ricordi delle superiori sull’esistenzialismo francese, in un mondo in cui nulla importa allora tutto è importante. È vero, non tutti gli eventi hanno la stessa priorità o lo stesso impatto, e tutto ciò non vuol dire abnegare alla propria vita quotidiana in toto, ma non disinteressarsi, non voltare sempre la testa dall’altra parte perché “i problemi sono altri” è qualcosa che anche nella nostra era di incertezza vale la pena fare.
Lo sforzo maggiore che ci attende non sarà recarci in piazza, boicottare aziende che avallano genocidi e guerre, o votare con consapevolezza, è non perdere di vista ciò che ci circonda in un panorama infinito, e lottare per uscire dalla solitudine e dallo sconforto a cui la permacrisi ci ha condotto, perché anche se può sembrare inutile preoccuparsi dei problemi di chi si ha affianco mentre in uffici lontani c’è chi minaccia di nuclearizzare il mondo, in realtà non lo è affatto.
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