PER UN ALTRO MEDIOEVO

L’eredità viva di John Boswell

di Jessy Simonini

Nel corso del dibattito sulle unioni civili, a più riprese si è levato, in maniera impropria, l’aggettivo “medievale”; una formulazione semplificatoria utilizzata per connotare l’antistoricità delle posizioni di alcuni esponenti politici, utilizzata anche dalla relatrice della legge, Monica Cirinnà, secondo cui il Ncd sarebbe rappresentativo di una “fetta medievale” di italiani. Pure il dizionario Treccani sembra arrendersi all’evidenza, ammettendo un uso dispregiativo della categoria del “Medioevo” per definire qualcosa o qualcuno che è caratterizzato da “concezioni e principî superati e retrogradi”.

A poco è servito il lavoro di alcuni storici, come quelli degli Annales, che hanno tentato di raccontare un “altro Medioevo”, allontanandolo dalla lettura polemica di una certa storiografia; e così, “medievale” si è radicato come sinonimo di oscurantista o retrogado. Uno slittamento di significato che, per la comunità dei medievisti, è però difficile da accettare.

Quasi quarant’anni dopo l’uscita di Cristianesimo, tolleranza e omosessualità (1980, pubblicato in Italia nel 1989) e a più venti dall’uscita di Same-sex unions in Pre-Modern Europe (1994, mai tradotto in italiano) è, al contrario, ancora utile discutere dell’”altro Medioevo” proposto, nella sua originale lettura storiografica, da John Boswell.

Lo studioso americano offre una lettura dell’omosessualità in ambito medievale che cerca di decostruire la vulgata di una società totalmente intollerante verso i comportamenti sessuali diversi dalla norma. Al contrario, in epoca altomedievale, sarebbe nata una vera e propria subcultura gay, di cui si possono trovare alcune tracce nelle fonti letterarie e artistiche dell’epoca. A questa prima fase di sostanziale accettazione, seguirebbe, per Boswell, un inasprimento dell’intolleranza causato dall’indebolimento della Chiesa e un tempo di persecuzioni nei confronti degli omosessuali. Nel suo secondo lavoro, invece, la tesi proposta è ancora più radicale; basandosi su alcuni documenti di area balcanica e italiana, Boswell teorizza una prima forma di unione “omosessuale”, che si consuma fra membri del clero, e che identifica nella cerimonia dell’affratellamento.

Tali tesi, frutto di una ricerca approfondita, definita da Foucault come un “travail de pionnier”, sono state capaci di suscitare un dibattito polarizzato che ha coinvolto femministe, esponenti della comunità gay e anche alcuni intellettuali conservatori, che hanno accusato Boswell di aver deformato la propria ricerca per fini politici. Non deve stupire che una ricerca di storia medievale sia stata capace di aprire una tale breccia nel dibattito: ci troviamo in un contesto di grandi evoluzioni, sia per il movimento di liberazione omosessuale, sia per la chiesa americana (attraversata da una “Stonewall biblica”, nel tentativo di conciliare fede cristiana e comportamento omosessuale). In quest’ottica, il lavoro di Boswell rompe con una certa interpretazione organica del Medioevo – e dell’omosessualità – proponendo una lettura radicalmente nuova del tema. Una lettura che, pur restando poco percorsa e condivisa nel contesto accademico, ha ancora molto da dirci. L’interesse del lavoro di Boswell sta proprio in questa tentata conciliazione tra fede cristiana e omosessualità: del resto, egli scrive “come storico e come cristiano”, oltre che come omosessuale: e la sua lettura storiografica non può che aprirsi anche in una dimensione etico-politica.

Quella di Boswell resta, dunque, un’eredità da attraversare e da conoscere. Per comprendere come utilizzare propriamente la categoria storica e lessicale del Medioevo; per rendersi conto che il “periodo buio” al quale una certa storiografia volgarizzante ci ha abituato è, prima di tutto, un millennio complesso, nel quale ci sono state anche forme di tolleranza e di accettazione della diversità. Un millennio da studiare e approfondire, senza banalizzazioni e pregiudizi, ma con curiosità e apertura. Il lavoro di Boswell può essere un buon punto di partenza.

pubblicato sul numero 27 della Falla – luglio/agosto/settembre 2017

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