LA GAIA FIRENZE DEL XV SECOLO

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Durante i primi decenni del XV secolo, un nuovo timore comincia a farsi sentire nel Comune di Firenze. L’ansia per la santificazione della città e per la posizione che assumeva di fronte a Dio si fanno sempre più pressanti: è necessaria una politica di purificazione morale che limiti gli eccessi e che, soprattutto, si occupi degli omosessuali. 

Firenze era nota come città in cui l’omosessualità, perlomeno quella maschile di cui abbiamo notizia dalle fonti, era largamente diffusa oltre che tacitamente tollerata. Fama giunta anche nel resto d’Europa, dal momento che nella Germania dell’epoca “Florenzer”, fiorentino, era divenuto sinonimo di omosessuale. 

Tra i fautori della nuova retorica allarmistica c’è il francescano Bernardino da Siena, giunto a Firenze nel 1424 e nuovamente nel 1425, i cui sermoni avevano già avuto un peso nel persuadere governi ad adottare politiche di repressione severe. Dall’alto del pulpito, Bernardino denunciava che Firenze «a causa del vizio della sodomia, aveva perso la metà della sua popolazione in venticinque anni», usando una retorica disseminata di passi biblici e patristici per denunciare quanto il peccato contro natura fosse inviso non solo a Dio, ma addirittura al Diavolo (John M. Najemy, Storia di Firenze). Sicuramente Bernardino aveva sollevato una questione nota, ma che fino ad allora si era preferito ignorare.

Sotto la spinta moralizzatrice, i primi decenni del Quattrocento vedono una legislazione ampia, ma infinitamente mutevole e discontinua, che veniva facilmente ignorata. Nel 1403 si affida la soluzione all’apertura di un nuovo bordello comunale, che avrebbe dovuto distogliere dalle pratiche omosessuali attraverso lo sfogo eterosessuale. Nel 1415, in maniera più decisa, si sposta la giurisdizione della sodomia nella corte dell’Esecutore di Giustizia, ma per breve tempo e inefficacemente. Altre leggi del 1418 e 1419 cercarono invece di limitare l’accesso dei sospetti sodomiti alle cariche pubbliche. La classe dirigente fiorentina riflette un’ambiguità che continua anche quando sembra adottare punizioni più severe: nel 1432 nascono gli Ufficiali della Notte, magistratura del tutto originale che ha lo scopo di indagare sulle denunce per sodomia e di condannare gli omosessuali. La maggior parte delle condanne prevedeva delle sanzioni pecuniarie, mentre casi di incarcerazione o umiliazione pubblica erano molto rari. Inoltre, nello stesso momento in cui venne istituita la magistratura, si ridusse l’entità delle punizioni previste per tale crimine. Punizioni comunque lontane da quelle praticate senza indugio nel resto d’Europa e d’Italia, in cui il reato di sodomia, non lontano dall’eresia, era punito con forca e rogo. 

Se comunque non possiamo vedere Firenze come baluardo della libera espressione dell’orientamento sessuale, sicuramente rappresentava, come dimostrano le leggi e l’incostanza della loro applicazione, un contesto diviso tra l’intenzione di voler dare un’immagine di sé più aderente alla morale cristiana e la consapevolezza che l’omosessualità fosse talmente innestata nel tessuto sociale da non potere, e probabilmente non volere, agire in maniera risolutiva. 

Il sentimento di implicita tolleranza che caratterizzava la società fiorentina cambierà quando le leggi si inaspriranno con il governo teocratico di Savonarola. Sarà allora che si contesterà: un gruppo di giovani aristocratici omosessuali, i Compagnacci, entrerà prepotentemente nel palazzo del governo chiedendo con forza l’abolizione delle leggi e la liberazione dei condannati.  

Pubblicato sul numero 53 della Falla, marzo 2020