PER ELEGGERE UN PRESIDENTE GRANDE, CI VUOLE UN GRANDE ELETTORE

O DEL SISTEMA ELETTORALE AMERICANO E DEL PERCHÉ A VOLTE LA VITTORIA DIVENTA UNA SCONFITTA

di Irene Moretti

Nei primi anni Novanta un famoso spot pubblicitario recitava: «Per dipingere una parete grande, ci vuole un grande pennello». Ora, con molta fantasia questo claim potrebbe essere parafrasato col titolo di questo articolo, ovvero «Per eleggere un presidente – omettiamo il grande per decenza dato che, al momento, il presidente è ancora Trump – ci vuole un elettore grande», o meglio un grande elettore. 

Il sistema elettorale americano, infatti, resta un sistema quasi incomprensibile alla maggior parte delle persone, soprattutto dopo il caso delle elezioni del 2016: come è stato possibile che la democratica Hillary Clinton, con il 48,2 % dei voti, abbia perso contro Donald Trump indietro di due punti percentuali e quasi tre milioni di voti? La risposta ormai dovreste saperla: Trump ha vinto per merito dei cosiddetti grandi elettori

Chi sono i grandi elettori

Dalla prospettiva dei grandi elettori, infatti, la percentuale di voti tra Trump e Clinton si è completamente ribaltata assegnandone al primo 304 (il 56,5%) e alla democratica solo 227 e cioè il 42,1% su un totale di 538.

Partiamo da un esempio semplice, alle ore 21:14 del cinque novembre la homepage di Repubblica riporta questo schema e ora cercheremo di spiegarlo in modo molto semplice.

Intanto rispondendo a una domanda: chi sono questi grandi elettori? Sono i delegati che compongono il collegio elettorale che elegge il presidente degli Stati Uniti. Sono i cittadini a decidere chi sarà il presidente? Sì e no. Il collegio elettorale dei grandi elettori è una forma di elezione di secondo grado che potrebbe essere assimilata con molta elasticità all’elezione indiretta: in Italia, ad esempio, l’elezione del Presidente della Repubblica è una elezione indiretta in cui le due camere, insieme ai 58 rappresentanti delle Regioni (almeno fino al referendum dello scorso settembre) sono chiamate a esprimere la propria preferenza. L’elezione diretta è quella che il popolo compie eleggendo i propri rappresentanti alle Camere(e no, non eleggiamo nemmeno il Presidente del Consiglio). 

In realtà l’elezione di secondo grado è quella che prevede la presenza di un corpo elettorale (i cittadini) che a loro volta eleggono un altro corpo elettorale (i grandi elettori) che ha come unico scopo l’elezione del Presidente degli Stati Uniti

Ma come funziona questo collegio elettorale di secondo grado? Intanto occorre specificare un elemento importantissimo, ovvero il suo numero: 538, pari alla somma dei senatori (100 in tutto, 2 per stato) e dei deputati che sono 435 e sono assegnati in maniera proporzionale al numero dei residenti di ciascun stato. Tranne nel District of Columbia, ovvero la regione dove si trova la capitale Washington DC che esprime 3 grandi elettori ma è escluso dalle votazioni di camera e senato. Proprio questo sistema proporzionale nell’attribuzione dei grandi elettori in base al numero dei residenti è una delle principali chiavi di lettura non solo dello schema di Repubblica, ma dell’intera competizione per la presidenza: 

Come vedete dall’immagine gli stati che assegnano il maggior numero di delegati sono la California con 55 (vinta da Biden) e il Texas con 38 (in mano a Trump). 

Confrontando l’immagine di prima con questa proiezione della Cnn si può comprendere meglio il meccanismo: Donald Trump è attualmente in vantaggio percentuale sul numero dei voti dei singoli cittadini, ma, esattamente come Clinton nel 2016 lo è in stati che esprimono un numero inferiore di grandi elettori, situazione che porta il democratico Joe Biden a essere provvisoriamente in vantaggio e vicino alla soglia d’elezione di 270 grandi elettori. Gli stati che vedete in grigio, come il Nevada (NW) o la Pennsylvania (PA) sono stati in cui lo scrutinio non è ancora finito. Allo stato dell’arte a Biden basterebbe vincere in Nevada o in Arizona (AZ) per assicurarsi lo studio ovale.

Ovviamente il tutto vale in via teorica perché, essendo gli Stati Uniti uno stato federale, gli stati hanno molta autonomia nella disciplina dei propri sistemi elettorali: stati come il Maine e il Nebraska si sottraggono alla regola generale del winner takes it all, ovvero all’assegnazione in blocco dei grandi elettori al partito che ha ottenuto il maggior numero di consensi, senza alcun tipo di proporzionalità. In questi casi il presidente eletto potrebbe non essere quello per il quale i cittadini hanno votato: abbiamo già parlato del 2016, ma vale la pena ricordare anche il 2000, quando Al Gore, avanti di mezzo milione di voti su George W. Bush vide la vittoria di quest’ultimo.

Un altro aspetto da tenere in considerazione per comprendere il sistema americano è l’esistenza degli swing states, gli stati altalenanti e che spesso sono la vera chiave di volta per accedere alla Casa Bianca. Sono gli stati indecisi, quelli che storicamente hanno premiato a tornate alterne sia democratici che repubblicani.

Nel 2020 sono stati considerati swing states Arizona, Florida, Georgia, Michigan, North Carolina, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin.

Last but not the least c’è la questione del vincolo di mandato per i grandi elettori. Il vincolo di mandato, o mandato imperativo – vietato dall’articolo 67 della nostra Costituzione, ad esempio – Il «è un istituto giuridico collegato con la rappresentanza: in diritto costituzionale si applica a coloro che entrano a far parte di un organo collegiale, imponendo loro di attenersi alle istruzioni ricevute da coloro che li hanno nominati». Questo vincolo esiste in pochi stati e ciò significa che alla fine dei giochi i grandi elettori possono disporre del proprio voto liberamente, anche contravvenendo alla volontà popolare: benché si impegnino a votare per un candidato X, potrebbero votare per il candidato Y e anche laddove siano previste sanzioni per la violazione del vincolo il voto resterebbe valido. Questi grandi elettori, che noi chiameremmo franchi tiratori, si chiamano”elettori traditori” (faithless electors).

Il conteggio dei voti

La corsa alla Casa Bianca è determinata da un altro elemento importante, anch’esso estraneo al nostro sistema elettorale e per questo di non immediata comprensione per chi vive fuori dagli Usa: parliamo del conteggio dei voti. Se in Italia il sistema di spoglio è chiaro – ogni sezione ha un numero prestabilito di votanti a seconda del quale vengono vidimate le schede (esempio, se una sezione ha 800 votanti vengono vidimate 800 schede, non una di più, non una di meno salvo caso eccezionali), a fine votazione vengono scrutinate le schede di chi si è recato a votare – negli Usa il sistema è un po’ più complicato.

La figura chiave è l’Associated Press (AP), agenzia stampa tra le più antiche che storicamente è la fonte per eccellenza sia nella fase di spoglio che nella fase di attribuzione dei seggi e degli Stati: in Italia abbiamo una catena che parte, in virtù del principio di sussidiarietà, dalle singole sezioni e che termina col Viminale – ministero dell’Interno – che si occupa di diramare in tempo reale i dati ufficiali; negli Usa questa catena non esiste, c’è solo il verdetto della Associated Press.

Ma come conta i voti l’Associated Press? Il metodo – che ora Trump sta contestando – è lo stesso da decenni e prevede il lavoro di 4000 giornalisti locali detti stringer che si mettono in moto ben prima dell’election day. A questi giornalisti viene affidato il compito di fare ricerca sul territorio e di avviare contatti diretti con contee e distretti per raccogliere i dati dello spoglio in tempo reale. Questi dati vengono poi comunicati a 800 operatori dell’agenzia che da remoto li inseriscono nel sistema operativo dell’AP, controllando anche che questi dati non abbiano anomalie o problemi tecnici nella trasmissione. Una volta processati dagli operatori i dati dello spoglio vengono analizzati dal una decision desk, ovvero un gruppo di 60 persone tra giornalisti, ricercatori, analisti etc. che procedono all’analisi dei dati. Ovviamente i lavori di preparazione per questo sistema viene messo in moto con largo anticipo e quest’anno l’Associated Press si è dotata anche di una banca dati, la AP VoteCast, che tiene conto dei cambiamenti demografici e sociali che contribuiscono a calibrare le proiezioni di voto. 

Il voto postale

Mercoledì, prima che si aprissero i seggi, avevano già votato oltre 63 milioni di americani grazie alla previsione dell’early voting e a quella del voto postale, il cui scrutinio potrebbe essere il vero ago della bilancia di queste elezioni e sul cui spoglio Trump ha già iniziato a decretare i ricorsi alla Corte Suprema. 

Questa tipologia di voto anticipato ha regole diverse in ogni stato ed è stato un vero protagonista della campagna per questa presidenza: incoraggiata dai democratici per evitare assembramenti in tempi di pandemia e scoraggiata da Trump agitando lo spauracchio di brogli elettorali, potrebbe far slittare la proclamazione del vincitore addirittura fino a dicembre. 

Il voto postale, va detto, non è una novità del sistema Usa: l’absentee ballot permette di votare alle persone che non potranno essere nel luogo di residenza durante l’election day e risale ai tempi della Guerra Civile, quando fu pensato per consentire ai soldati impegnati al fronte di esprimere il proprio voto. In alcuni stati tale metodo è previsto solo per anziani, disabili, malati e carcerati (laddove possano esercitare il diritto di voto) e in alcuni stati la dicitura corretta è mail-in-ballott. In cosa consiste? La scheda elettorale viene spedita a tutti gli aventi diritto, a prescindere dal fatto che ne abbiano fatto richiesta. Sarà poi compito dell’elettore o dell’elettrice scegliere se utilizzarla o riconsegnarla a mano nell’election day.

Il sistema di spoglio, come si diceva, è diverso da stato a stato: in alcuni viene iniziato il giorno del voto, gli altri accettano le schede arrivate per posta anche dopo il giorno delle elezioni purché spedite entro il 3 novembre. Questo è proprio il caso di uno degli swing state potrebbero decidere queste elezioni, la Pennsylvania.

L’unica cosa certa è che Trump, esattamente come aveva promesso in campagna elettorale, non sembra essere disposto ad accettare le regole di un sistema democratico – che dovrebbe invece ringraziare per il suo primo mandato – e ha già iniziato una guerra mediatica, politica e giuridica impugnando i risultati di alcuni stati e denunciando brogli. 

Insomma, chi vivrà vedrà. Noi sicuramente speriamo di non rivedere più Trump per molto tempo.

PS: per ingannare il tempo consigliata la visione del film La seconda guerra civile americana

Immagine di copertina da hpr2.org:

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