No, nessun Presidente del consiglio è mai stato eletto dal popolo

Nasce oggi il conte-bis. guida minima alla repubblica parlamentare

di Irene Moretti

In principio fu Mario Monti e fu come se nella storia della Repubblica italiana non ci fosse mai stato un governo tecnico. Neanche il tempo di arrivare alle lacrime di Elsa Fornero nel discorso diventato poi iconico, quello dei sacrifici, che già iniziano a innalzarsi i primi timidi «Questo governo non è stato eletto da nessuno». Da allora, per qualcuno, sono stati almeno altri tre i governi non eletti dal popolo. Il governo Letta, per esempio. Nonostante le primarie, che avevano individuato nella persona di Pierluigi Bersani il leader della coalizione Italia bene comune, a occupare lo scranno del Presidente del Consiglio è Enrico Letta. E solo due mesi dopo le elezioni. Dopo una situazione di stallo l’incarico fu affidato al vice-segretario del Pd e, come vice, viene nominato il segretario politico del partito che aveva ottenuto la maggioranza relativa: Angelino Alfano del Popolo della Libertà. 

 

Sfiduciato dalla direzione nazionale del Partito Democratico il 13 febbraio 2014, Letta rassegna le dimissioni e tre giorni dopo, il 17 febbraio, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferisce l’i

ncarico a Matteo Renzi. E social e opposizioni si scatenano: sebbene Renzi non sia il primo Presidente del Consiglio non eletto in una delle due camere – prima di lui Amato, Ciampi, Dini e lo stesso Monti – prende piede la retorica che vuole questo governo contrario alla volontà della sovranità popolare. Si alza un coro a più voci che mette in dubbio la legittimità stessa del governo Renzi, cori che non si placheranno nemmeno dopo la sconfitta referendaria del 4 dicembre 2016 e l’avvicendamento con Paolo Gentiloni. Le elezioni del 4 marzo 2018 portano a palazzo Chigi Giuseppe Conte, altra figura esterna agli eletti nelle due camere. Altro giro, altra corsa: a poche ore dal conferimento del nuovo mandato a Giuseppe Conte il 29 agosto 2019, con altra maggioranza, la rete è tornata a popolarsi di meme contro «L’ennesimo governo non eletto dal popolo». 

Il dubbio sulla veridicità della frase precedente deriva da un equivoco interpretativo sul concetto di sovranità, in particolare a chi appartiene e chi la esercita. L’articolo 1 della Costituzione è chiaro: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Le forme attraverso le quali il popolo esercita questa sovranità sono due, una diretta, come i referendum, e una indiretta. La formazione di un governo passa proprio dall’esercizio della sovranità indiretta: il popolo elegge i membri delle due camere che a loro volta eleggono il Presidente della Repubblica (art.83) che a sua volta nomina il Presidente del consiglio e, su sua proposta, i ministri (art.92). 

 

Al contrario degli Stati Uniti e della Francia che hanno carattere presidenziale o semi-presidenziale e in cui la sovranità viene esercitata in maniera diretta con l’elezione del capo dello Stato, l’Italia è una repubblica parlamentare. Questa forma di governo è caratterizzata nel nostro Paese dal ruolo predominante affidato al Parlamento, composto da Camera e Senato (bicameralismo perfetto) che ha il compito di eleggere la massima carica dello Stato: il Presidente della Repubblica. La sovranità appartiene al popolo, sì, ma il popolo la esercita votando i suoi rappresentanti in Parlamento ai quali delega l’elezione del capo dello Stato e a questi la formazione del governo.

 

La domanda cruciale è come si forma un governo. Da qualche giorno gira sui social uno schema che, in maniera semplice e lineare, spiega molto bene la procedura. Le fasi che portano alla formazione di un governo sono quattro. La prima è quella che si è conclusa il 29 agosto con il conferimento dell’incarico a Giuseppe Conte ed è quella delle consultazioni. Nel post elezioni o, come in questo caso, dopo una crisi di governo, la palla passa al Presidente della Repubblica che convoca al Quirinale i capi-gruppo di Camera e Senato, i segretari di partito, i presidenti delle Camere, ex presidenti e personalità di spicco del panorama politico italiano al fine di poter capire se una nuova e stabile maggioranza esista e da chi è formata. Terminate le consultazioni il Presidente della Repubblica può andare avanti e conferire un incarico o sciogliere le camere e indire nuove elezioni: nasce in questo caso un governo elettorale

La seconda fase è quella della nomina del Presidente del Consiglio e inizia con il conferimento dell’incarico e può avvenire in diversi modi. Il Presidente della Repubblica può affidare un mandato esplorativo, come successo a marzo 2018, e incaricare presidenti di Camera e Senato di svolgere consultazioni. Oppure può conferire un incarico o un preincarico – quasi sempre accettato con riserva – dando così al Presidente del Consiglio in pectore la possibilità di svolgere nuove consultazioni per la formazione di un esecutivo e per poter proporre al Colle la lista dei ministri: questa è la fase in cui ci troviamo adesso. Se il Presidente incaricato non dovesse riuscire a formare un governo, si torna alla fase uno. Altrimenti si passa alla fase tre.

Se il nuovo governo si può fare, il Presidente firma tre decreti: due sono di nomina del Presidente del Consiglio e dei nuovi ministri, il terzo per accettare le dimissioni del governo uscente. Col giuramento del nuovo esecutivo nelle mani del Presidente della Repubblica inizia ufficialmente il nuovo mandato e avviene il passaggio di testimone. Anzi, della campanella. In questa fase, sebbene i poteri siano effettivi, la prassi vuole che vengano seguiti solo gli affari correnti. 

La fase quattro è quella della fiducia. L’articolo 94 della Costituzione fissa in dieci giorni il tempo che il nuovo governo ha a disposizione per presentarsi alle Camere e ottenere la fiducia. Se ottiene la fiducia, il governo può svolgere tutte le sue mansioni. Se la fiducia viene a mancare, invece, il governo deve dare le dimissioni e si torna alla fase uno: quella delle consultazioni. 

Le accuse nei confronti di questo nascente Conte-Bis, però, non si limitano alla solita litania sulla legittimazione da parte della sovranità popolare all’esecutivo, ma denunciano un inciucio tra Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico iniziato ben prima che la Lega ponesse la mozione di sfiducia. La stessa Lega, tra l’altro, che per ben 14 mesi ha governato con lo stesso meccanismo che ha portato al Conte-bis: un accordo di palazzo. Se un vincitore, per quanto risicato, era uscito dalle urne del 4 marzo, infatti, è stato il Movimento Cinque Stelle, seguito dai Dem e dopo dalla Lega di Matteo Salvini. Forse un governo giallo-rosso, come lo chiamano, sarebbe potuto nascere quattordici mesi fa, forse no. Fatto sta che per quattordici mesi il governo è stato giallo-verde e la Lega ha deciso di staccare la spina. Non il Movimento con la maggioranza relativa. Anche se le due forze politiche che adesso saranno chiamate a formare un governo avessero avuto qualche forma di accordo non ci sarebbe comunque nulla di strano: il Rosatellum, il nostro sistema elettorale misto tra proporzionale e maggioritario, impone di fatto che i partiti debbano necessariamente accordarsi tra loro essendo quasi impossibile la soglia da raggiungere per per poter governare in solitaria. La Lega lo sa. Fratelli d’Italia lo sa. Gli italiani cominciano a saperlo. 

Il voto, con qualsiasi sistema elettorale venga espresso, deve essere esercitato con consapevolezza. Non solo dei programmi e delle intenzioni dei rappresentanti, ma anche con la consapevolezza del funzionamento della nostra forma di governo e della nostra forma di stato. Il diritto, qualsiasi diritto, non è solo una sequela di brocardi o di formule. Il diritto deve essere visto come il libretto di istruzioni, come le regole del gioco della nostra democrazia. Ed esercitare a pieno i nostri diritti – insieme all’espletamento dei nostri doveri – senza sapere come si fa, come dobbiamo fare e senza dare un senso alle nostre azioni, senza conoscere che reazione corrisponde a ogni azione, è pericoloso. È come buttarsi senza paracadute.  Quando si parla di sovranità, per esempio, spesso si tende a dimenticare, come sembrerebbe aver fatto l’ormai dimissionario ministro degli Interni Matteo Salvini, che popolarità e consenso non sono la stessa cosa. Quello stesso Matteo Salvini che rispondendo a Giuseppe Conte si è vantato di aver ripristinato l’educazione civica a scuola, ha dimostrato però come gran parte dell’elettorato e dei nostri rappresentanti, indipendentemente dallo schieramento di appartenenza, ne abbia effettivamente un grande bisogno. Gli italiani, ora come ora, hanno più necessità di studiare. C’è necessità di nominare un commissario. Di fare la finanziaria. Il voto è l’ultimo dei nostri problemi: se ne facciano una ragione i sostenitori di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. 

Alla fine la parola chiave è fiducia. L’intero sistema di formazione del governo si basa sul rapporto fiduciario: quello tra il popolo che esercita la sua sovranità delegando ai parlamentari l’elezione del Presidente della Repubblica e quella che quest’ultimo deve avere nei confronti del Presidente del Consiglio incaricato. Passando per quella che il Parlamento deve avere nei confronti dell’esecutivo. La formazione di governo di questo Conte-bis sarà legittima esattamente come tutte le altre che si sono susseguite da quando l’Italia è diventata una repubblica parlamentare con democrazia indiretta. Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte e Conte-bis: possono piacere o no, ma hanno tutto il diritto di essere dove sono. E soprattutto ne hanno legittimità. Come i sessanta Presidenti del Consiglio prima di loro. 

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