COMING OUT CAROL – ROMAGNA MIA

di Valentina Pinza

«Voi non avete mai capito niente di me, io sono sensibile!» disse mio babbo nello stupore generale, appena dopo pranzo ma a caffè già bevuto, il 6 novembre del 2007, il giorno in cui feci coming out con i miei genitori e lui ebbe il suo con noi.

Li avevo richiamati a tavola per completare la sequenza partita nell’anno 2000: erano rimasti gli ultimi a non sapere che la loro secondogenita era lesbica.

Nei sette anni precedenti l’avevo detto a tutti: professori, amiche, genitori altrui, sorella maggiore, sconosciute sul treno, baristi, amici di amici, datrici di lavoro.

Da poco convivevo, a Bologna, con la mia compagna dell’epoca e incubi mostruosi funestavano le mie notti: la decisione non era più rimandabile. Approfittai di una delle mie visite lampo in giornata. Cinque minuti prima, dissi a mia sorella che il giorno era arrivato.

Lei reagì con la sua usuale calma: «Sei pazza, sarà un inferno!»

Quanto mai serena, imbastii un discorso impacciato, prendendola talmente alla lontana che, arrivata al punto, singhiozzavo già da svariati minuti cercando di convincerli che stavo benissimo e quello che mi apprestavo a rivelare era una cosa bellissima e felicissima.

«Mi piacciono le donne. Sto da un anno e mezzo con Antonia, viviamo insieme» conclusi.

«Ecco! Lo sapevo! Non volevo crederci ma io lo sapevo. Da anni!» urlò mia mamma, «Non mi piace tanto questa cosa. No, non mi piace!»

Mia sorella Maira, con pacatezza, le urlò in risposta che era una stronza e ci si appiccicò. Andarono avanti per un po’.

Mio babbo, zitto. Fissava davanti a sé qualcosa di inafferrabile all’altezza del piano cottura.

«Babbo, dimmi qualcosa»

Il litigio a margine copriva la mia voce.

«Babbo» ripetei «Cosa pensi?»

C’è da dire che lui e io non parlavamo granché. Non parlavamo affatto.

Il nostro era un rapporto costruito su silenzi omertosi e rigidità corporee.

Scosse la testa più volte, piano: «Io non lo so cosa mi immaginavo. Qualcos’altro. Non ho da dire niente».

«Loris! Cosa vuol dire che non dici niente?!» Mia mamma non la prese bene.

«Tu non li puoi vedere, i gay! Io mi sono tenuta tutto dentro per te e tu niente?!»

Un tradimento, senza dubbio.

E fu lì che Loris, all’anagrafe Guglielmo, ci rivelò di essere un uomo sensibile e che noi non avevamo mai capito niente.

Poi si alzò, mi abbracciò, agguantando anche mia sorella.

Disse che andava tutto bene, che andava bene, che gli dispiaceva fossi stata zitta tutto quel tempo stando male, che la cosa importante era la nostra felicità.

Mi chiese di accompagnarlo al cimitero a portare i fiori sulla tomba di mio nonno (sic!). Piovigginava e faceva freddo, ma andammo in bicicletta. 10 chilometri di silenzio, qua e là parole sensibili.

Più tardi, a casa, mia mamma voleva capire. Non mi preoccupava la sua reazione, ci so fare con lei.

«Beh va bene, ma non fare quella che sta un po’ di qua e un po’ di là, che proprio non mi piace!» Scoprii così la sua curiosa, quanto insospettabile, bifobia.

«Però, insomma, ti ho fatto bellina, speravo avessi tanti ragazzi…»

«Tranquilla mamma, ho tante ragazze».

Pubblicato sul numero 51 della Falla, gennaio 2020

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