COME NON TI FREGO IL VIRUS

di Irene Pasini

Il primo e talvolta unico incontro con l’educazione sessuale a scuola risale per molte e molti di noi alle superiori, per alcuni forse alla terza media. In pochi ricorderanno l’esatto contenuto di quella lezione, ma per la maggior parte si sarà trattato di una breve ora di biologia sulla riproduzione, magari con un video a cartone animato, conclusa con, forse forse, un veloce elenco di metodi contraccettivi.

Per molti altri, in realtà, questa lezione di “para-biologia” potrebbe addirittura non aver mai avuto luogo, visto che in Italia, a differenza di quanto accade nella maggioranza dei paesi europei, l’educazione sessuale non è parte del programma del ministero. Il suo insegnamento, se e quando avviene, si deve alle iniziative delle singole scuole. Non deve sorprendere quindi gli operatori e le operatrici come noi del Gruppo Scuola Cassero, il fatto di ritrovarsi spesso davanti a ragazzi e ragazze anche diciottenni del tutto ignari del significato dell’acronimo Ist e soprattutto completamente disinformati su Hiv e Aids.

Nel 1991 venne creato, per un’iniziativa ministeriale, un opuscolo di Lupo Alberto intitolato Come ti frego il virus, che, proprio perché mostrava un preservativo, non fu poi mai distribuito nelle scuole perché considerato osceno.

Oltre vent’anni dopo quell’episodio, il nostro gruppo si è visto tacciare più volte di portare pornografia nelle scuole per aver distribuito alcuni volantini dedicati al Safer sex.

Quando si tratta di entrare nelle scuole per parlare di identità sessuale o di bullismo, nonostante la forte influenza delle campagne No Gender (qualcuno avrà prima o poi il buon cuore di avvisarli che questo è da sempre uno degli slogan della comunità LGBT+?), in qualche modo le direzioni più illuminate riescono a inserire queste tematiche nel programma di istituto. Quando invece ci si ritrova a voler parlare di educazione sessuale e in particolar modo di prevenzione, ecco che spesso ci si vede sbarrata la strada.

Il fulcro del problema è piuttosto chiaro: dal punto di vista della cultura italica il sesso non è un argomento da adolescenti e di conseguenza non può esserlo di certo la prevenzione, né tanto meno l’Hiv.

Oltre alle conseguenze per quanto riguarda la costruzione e la comprensione della propria identità di genere e orientamento, la mancanza di educazione sessuale si riflette nella completa disinformazione dei giovani italiani rispetto alla sessualità, disinformazione che non può non ripercuotersi a livello sanitario. Con buona pace dei No Gender o dei genitori imbarazzati, che se ne parli o meno, agli adolescenti il sesso interessa eccome, e no, non saranno i nostri opuscoli con banane infilate in preservativi colorati a far venire a individui nel loro periodo di boom ormonale la voglia di fare sesso.

Come dimostrato da un recente rapporto dell’Istituto Superiore di sanità, in Italia, le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento dal 2007, in tendenza inversa all’uso dei preservativi. Inoltre, negli ultimi anni abbiamo assistito a un aumento di casi di Aids —mai del tutto scomparso— attribuibile in gran parte a rapporti sessuali non protetti.

Il problema è che, quando Il Piacere non è nel programma di scienze (per citare il titolo sull’educazione sessuale di Nicoletta Landi), numerose situazioni di tipo confessionale propongono alle scuole lezioni di educazione sessuale a titolo gratuito, entrando in conflitto con i programmi a pagamento dell’Asl. Spesso, in un momento di difficoltà economica delle scuole, questo porta alle prime un grande vantaggio nella scelta finale degli istituti.

La cultura sessuofoba sta creando generazioni di ragazzi e ragazze con canali di accesso al sesso immediato mai esistiti prima, che però hanno le stesse conoscenze in ambito di infezioni sessualmente trasmissibili dei loro genitori; nell’ignorare il sesso o nel relegarlo come sempre a spazi bui e angusti pieni di vergogna, si dà adito a comportamenti sbagliati, rapporti morbosi e ignoranza. Non c’è quindi da sorprenderci se la generazione nata con i social network e internet si riduce sempre a domande su prevenzione, Hiv e Aids che nostalgicamente ricordano quelle del giornaletto Cioé.

“Mi sono spesso domandata che cosa succederebbe se noi insegnassimo a nuotare ai nostri adolescenti nello stesso modo in cui insegniamo loro la sessualità. Cosa succederebbe se noi dicessimo loro che nuotare è un’attività fondamentale della vita adulta, qualcosa di cui devono essere esperti una volta cresciuti, ma della quale nessuno ha mai realmente parlato con loro. Nessuno ha mai loro mostrato una piscina. Gli abbiamo soltanto concesso di stare appoggiati alle porte d’ingresso con le orecchie tese ad ascoltare il rumore delle persone che si tuffano in acqua. Di tanto in tanto, potrebbero riuscire a dare una sbirciatina a persone in costume che entrano ed escono dalla vasca e potrebbero trovare anche un libro segreto sull’arte del nuoto, ma quando provano a fare domande a qualcuno su cosa significa o si prova a nuotare, tutto quello che ottengono come risposta non è altro che sguardi imbarazzati o scostanti. Improvvisamente all’arrivo della maggiore età qualcuno apre la porta della piscina e chiede loro di tuffarsi dentro. Miracolosamente, qualcuno potrebbe imparare a galleggiare, ma molti certamente rischierebbero d’affogare.”

Roberts, Teens, sexuality and sex:our mixed messages, in Television and Children, 1983.

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