in collaborazione con Lesbiche Bologna

Quando mi è stato chiesto di scrivere un articolo sulla mia esperienza a Some Prefer Cake un fiume di domande si è rovesciato nella mia mente. Come trasmettere la potenza di questo festival a chi non lo ha mai attraversato? Come mostrare che è molto più di pura arte, per quanto questo termine possa includere l’intero universo emozionale che è il festival stesso?

Some Prefer Cake è il festival internazionale di cinema lesbico che si svolgerà al Nuovo Cinema Nosadella dal 23 al 25 settembre per tre giorni in presenza, mentre dal 26 settembre al 2 ottobre sarà visibile su openddb.it la versione in streaming, con un programma diverso.

SPC è organizzato dall’associazione Luki Massa, con il contributo di tante socie e volontarie dell’associazione e con la direzione artistica di Comunicattive.

Eppure, è molto più di tutto questo.

Some Prefer Cake è anche, e soprattutto, uno spazio politico lesbico e transfemminista. Luogo fisico di aggregazione e fusione di immaginari e soggettività politiche, di percorsi e immaginazioni.

In questo momento storico post-pandemico credo che l’importanza degli spazi abbia trovato nuovo carburante, perché vivere fisicamente la comunità era diventato praticamente impossibile, e che occasioni come quella offerta dal festival lo dimostrino attraverso la marea di gioia lesbica che porta a Bologna da ormai quattordici anni.

Lo dimostra con le sue numerosissime volontarie, che ogni anno tornano per ritrovarsi e riconoscersi l’una nell’altra e nelle specificità dell’esperienza saffica.

Lo manifesta il suo pubblico luminoso e infinitamente sfaccettato che attraversa tutta l’Italia per raggiungerci e autorappresentare sé stesso e le relazioni che instaura: una sorellanza di resistenza pura, sentita, cruda.

Some Prefer Cake si autodefinisce – e a ragione – “festival di comunità” e, infatti, è la formula fisica di uno spazio-tempo per confrontarsi e confortarsi, è uno spazio di cura e di nutrimento, di attenzione, affetti, legami, relazioni, incontri. 

Rivendica le storiche intersezioni tra comunità lesbica ed esperienze che fuoriescono dalla binarità di genere creando uno spazio transfemminista che racchiude e riflette la luce di tutte le sfumature della queerness. Resiste alla lesbofobia e a tutti i suoi tropi tossici, alla limitazione dell’esperienza saffica a stereotipi di genere eteronormati, alla feticizzazione tanto quanto all’asessualizzazione del rapporto lesbico, alla narrazione violenta, patriarcale e machista che viene troppo spesso proiettata sulle nostre sorelle butch.

Lo stesso vale per le volontarie del festival, lo staff che si impegna affinché questi tre giorni in presenza vengano goduti appieno da tutte coloro che decideranno di venirci a trovare. Il senso di sorellanza è forte e palpabile, attraversa le generazioni e le diverse provenienze, gli anni di esperienza e militanza politica. L’anno scorso ho svolto la mia prima edizione come volontaria e, onestamente, ero terrorizzata di buttarmi in una folla di sconosciute; avevo iniziato da pochi mesi a fare attivismo e non conoscevo nessuna. Alla fine della prima sera sapevo già il nome di tutte. Questo è il senso di accoglienza genuina che vorrei poter trasmettere a ogni call per le nuove volontarie.

Some Prefer Cake riesce a essere casa e sfamiglia, perché affonda le radici in un suolo fertile di comunità che per anni è stato nutrito – e di cui ancora oggi le socie si prendono cura quotidianamente – dall’associazione Luki Massa. Si tratta sì di un’associazione di promozione sociale lesbica e femminista, ma è soprattutto il frutto del desiderio di proseguire il lavoro culturale e politico svolto da Luki Massa, compagna e pioniera del movimento lesbico e appassionata divulgatrice culturale morta prematuramente nel 2016.  

Molte volontarie, me compresa, non hanno potuto conoscerla, eppure la sua forza politica e creativa è così reale che sembra quasi di poterla toccare. L’impressione è stata quella di sedersi sulla riva di un ruscello che continua a sgorgare grazie ai suoi affluenti, non ne vedi la fonte, ma sai che c’è.

Monique Wittig, nelle sue Guerrigliere, recita «[Esse] dicono che sanno cosa insieme significano» ed esprime così un pensiero dichiaratamente politico. Vede in un foltissimo insieme di guerriere, ognuna delle quali consapevole della propria singolarità, la scelta di essere una collettività che riflette su di sé e in questo pensarsi si significa attraverso coordinate proprie. Some Prefer Cake può essere lo spazio per questa riappropriazione, provare per credere.

Immagini da facebook.com