di ED (in dialogo con SP)

In a language I was pleased to relearn.

AUDRE LORDE

Spesso le cose importanti della mia vita accadono attraverso la poesia. Di recente soprattutto attraverso la poesia di Audre Lorde. L’incontro con Lesbiche Bologna è avvenuto tramite una «giovedì poetica» su D’amore e di lotta e, per quanto riguarda la mia ragazza, quando l’ho conosciuta non ho potuto che citarle quella poesia. Non solo: Lorde mi ha detto con chiarezza una cosa che ho sentito sin dall’adolescenza e cioè che la poesia è una necessità, non un lusso. 

Da sola fatico a trovare parole che siano ferite di luce nel buio, perciò questo articolo nasce da un dialogo con SP, l’interlocutrice con la quale sono più contenta di reimparare un linguaggio. Una volta le ho detto che per me i linguaggi che tuttɜ usiamo sono come una pelle che non è in buona salute e non lo è mai stata. Lei mi ha restituito un’immagine che trovo efficace: siamo abituatɜ a pensare alla pelle come a un’unica cosa mentre in realtà è composta da più strati. Per quel che ne so lo strato più superficiale è composto perlopiù da pelle morta che ricambiamo costantemente. Questo strato di cellule morte o appiattite è lo strato corneo dell’epidermide. Anche i linguaggi cambiano. Mi viene in mente la scena di un film, Gattaca (1997), in cui il protagonista si gratta via la pelle morta per non fare scoprire la sua identità attraverso il DNA. Forse non c’entra molto ma le cellule morte non sono inutili, perché servono come strato protettivo dagli agenti patogeni: così le parole che usiamo oggi sono certamente limitate e domani saranno in disuso ma oggi ci servono e va bene così. A tal proposito Leslie Feinberg in un suo pamphlet avvisava che il linguaggio usato all’interno dello scritto sarebbe stato presto considerato datato e definiva ciò non un limite ma «a wonderful problem», un meraviglioso problema. Lo trovo bellissimo. Il testo a cui mi riferisco è Transgender Liberation. A movement whose time has come del 1992. 

Voglio condividere qui una frase di Lorde: «Poetry is the way we help give name to the nameless so it can be thought». Mi sembra una pratica accogliente quella del dare nome a ciò che non lo ha per poterlo pensare. Quando mi sono resa conto di essere lesbica ero in una relazione violenta con una ragazza che riteneva dovessi continuare a definirmi bisessuale per rispetto nei confronti delle «lesbiche vere». Di lì in poi dirmi lesbica è diventato un modo per potermi pensare libera. Questo ha a che fare anche con la mia idea di poesia. E penso a come a volte ci sia una certa tendenza a usare alcune parole come parole-che-intrappolano invece di parole-che-liberano, dando a queste un significato innato e non in divenire. È limitante.

Mi sembra calzante una frase tratta sempre da Poetry is not a luxury: «We can train ourselves to respect our feelings, and to discipline (transpose) them into a language that matches those feelings so they can be shared». Mi colpisce la possibilità e la necessità di esercitarsi a rispettare il proprio sentire e a trasporlo in linguaggio. È un esercizio che non facciamo spesso, temo, ma che è indispensabile per tentare di costruire ponti tra di noi, tra le nostre visioni. 

Dire il proprio sentire «senza artifici o abbellimenti», tenersi l’un l’altra «proprio nel centro del cuore / nell’esperienza della pelle», senza farsi fuorviare dai dettagli «semplicemente perché li vivi», senza lasciare che la propria testa neghi alle mani «ogni ricordo di ciò che le attraversa». Ricordare che il nostro sole «non è la stella più degna di nota / solamente la più vicina», sbucciare la rabbia «fino al nocciolo dell’amore», accettare che alcune parole ci tormentino, smettere di uccidere «l’altro / in noi stessi / ciò che di noi stessi odiamo / negli altri», avere paura di essere «sola / come le mie sorelle guerriere», scoprire che «la differenza tra poesia e retorica / sta nell’essere / pronta a uccidere / te stessa / al posto dei tuoi figli». Promettere alla propria penna «di non lasciarla mai / giacere / nel sangue altrui», chiedersi «cosa vogliamo l’una dall’altra / dopo aver raccontato le nostre storie», essere «aperta come una donna in attesa», sapere che «essere sorelle / non è stato sempre facile / ma non è stato mai noioso». Questo ci dice Audre Lorde. Sento, quindi posso essere libera. La poesia conia il linguaggio per esprimere questa rivoluzionaria possibilità di libertà, tuttavia l’esperienza ci insegna che anche l’azione è sempre necessaria. 

Audre Lorde ci dice che le nostre poesie formulano le implicazioni di noi stesse, ciò che sentiamo dentro e osiamo rendere reale (o ciò a cui accordiamo il nostro agire).  All’interno di strutture di vita definite dal profitto, dal potere lineare, dalla deumanizzazione istituzionalizzata, non era previsto che il nostro sentire sopravvivesse. Perciò meglio parlare. Siamo «cruciali e sole» ma non isolate. Possiamo riconoscere le intersezioni tra le nostre lotte e darci spazio l’un l’altra, esercitare il linguaggio affinché ci sia tra noi comprensione profonda, vera, reciproca

E sederci qui chiedendoci quale «noi» sopravvivrà a tutte queste liberazioni.

Immagine nel testo da enciclopediadelledonne.it