La scena l’hai vista decine di volte. Il corteo avanza, il furgoncino spara musica techno da casse gracchianti, una porzione di parata lo segue ballando e rovesciandosi acqua in testa per non svenire dal caldo. Ogni tot, una pausa. La musica si interrompe e dal megafono una voce arrabbiata legge un testo come una formula: intersezionalità, transfemminismo, decolonizzazione, autodeterminazione, antiabilismo. Sul marciapiede, gente ferma a guardare: chi è uscitə a fare la spesa la prende come un’alternativa a un reel Insta, chi filma col telefono non sa cosa stia riprendendo né che uso ne farà. Annuiscono vaghi, quelle parole le hanno sentite ma non saprebbero ripeterle. Dentro al corteo, le stesse parole rimbalzano da una bocca all’altra come un meme. E mi chiedo: a chi stiamo gridando, esattamente?

Il Pride nasce da una rivolta a New York più di cinquanta anni fa: una macchina costruita per farsi vedere, in un tempo in cui mostrarsi era raro e pericoloso. Quella battaglia, per buona parte di noi, è in larga misura vinta. La visibilità oggi è ovunque, quasi per tuttə. Eppure il format resta lo stesso, fermo in Italia da trent’anni, e va avanti per inerzia senza accorgersi che la visibilità manca proprio a quelle persone che il corteo lascia fuori o ai margini: disabili, neurodivergenti, razzializzate, povere. Al di là delle annuali critiche – pinkwashing, corporatismo, securitizzazione – il problema maggiore per me è interno e riguarda diversi tipi di accessibilità; continuiamo a fare una manifestazione esclusiva e poco accessibile, tagliata su misura per chi quel formato lo regge già.

Cominciamo dal corteo. Per chi ha una disabilità motoria, è una corsa a ostacoli e, in diverse città italiane, persino il rimedio è un ostacolo in più: per avere accesso a una zona riservata o l’interprete LIS devi mandare una mail e aspettare il via libera. Perché? Un evento che si proclama di tuttə costringe una parte di noi a fare domanda per essere prevista: una prepotenza abilista che mette un timbro burocratico su ciò che dovrebbe essere garantito a priori.

Ma l’esclusione non riguarda solo chi deve dichiarare qualcosa. Concentramento alle quattro di un pomeriggio di luglio, poi chilometri sotto il sole e sopra il cemento. Se sei fuori dalla fascia 15-45 e non fai allenamento regolare, è una prova di resistenza senza premio finale.

Per molte persone autistiche o neurodivergenti il corteo è un inferno sensoriale: il volume, la calca, gli stimoli che non si fermano mai, tanti corpi vicini. Certo, qualcosa negli ultimi anni si è mosso: zone di decompressione (se funzionano e sono rispettate, questo lo ignoro), bagni per sedie a ruote segnalati sul percorso, tappi per le orecchie per chi ne ha bisogno (spoiler: non sono le persone neurodivergenti – che li hanno sempre con sé – ma chiunque non avesse considerato il mix letale tra muro di casse e vociare inconsulto di chi ti circonda).

E veniamo a un punto critico che non ho ancora visto messo in discussione: il linguaggio. Quello politico di movimento è padroneggiato dalla bolla di chi fa attivismo. Peccato che, a chi sta dentro, non serve sentirselo gridare, mentre per chi sta fuori il messaggio è criptico. Parlo di una fetta enorme di popolazione: persone non attiviste, passanti casuali, chi ha un livello di istruzione non universitario, chi non ha l’italiano come prima lingua.

Perifrastico, polisemico, ricco di iperboli e neologismi, ritmato fino a diventare una cantilena rabbiosa: il linguaggio di movimento esce da microfoni e megafoni con i decibel di una rivolta e il vocabolario da seminario universitario. A chi arrivi il messaggio, non lo so; la realtà è che parla soprattutto a chi non ne ha bisogno, mentre taglia fuori le persone più marginalizzate, quelle con meno accesso alla comunità.

E infine c’è il percorso: un autentico paradosso. Le vie centrali sono le più ambite, non ottenerle diventa una questione di principio contro l’amministrazione comunale. Prendiamo Bologna: piazza Maggiore, via Indipendenza, via dei Mille, i viali. Ma chi le vive, quelle vie? Turistə e adolescentə altospendenti a caccia di shopping di marca e di video social. La visibilità, lì, la regaliamo ai negozianti che hanno esposto gli striscioni arcobaleno per celebrare il pride month. I posti dove servirebbe davvero stanno altrove: San Donato, il Pilastro, la Barca, e i quasi dimenticati San Ruffillo e Savena, ormai praticamente provincia. Il Pride bisogna portarlo lì, in periferia, dove la parola queer fa ancora rumore perché non l’hanno addomesticata le vetrine.

Proposte per rivoluzionare un Pride vecchio

Moltiplichiamo l’evento

Se le nostre soggettività sono tante e diverse, perché continuiamo a pretendere un Pride unico che ci rappresenti tuttə nello stesso istante? Facciamone due, tre, dieci, diversi per forma, ritmo e linguaggio. E facciamo che le minoranze si reggano a vicenda: ogni Pride sostiene gli altri, invece di pretendere di contenerli tutti in un solo corteo che finisce per non somigliare a nessunə.

Perché un giorno solo, poi? Già ora, in alcuni luoghi, la parata è il punto d’arrivo di mesi di micro-appuntamenti nel tessuto cittadino. Solo che troppo spesso quei momenti servono a raccogliere fondi più che a dare voce alle istanze, e a costruirli sono sempre le stesse persone che poi montano il corteo. Rendiamoli eventi veri, ognuno con la sua faccia: la sua politica, la sua rabbia, il suo divertimento. Uno per ogni modo di stare al mondo che siamo.

Spezziamo il corteo

Invece di una parata che taglia la città da un capo all’altro trascinando tuttə alla stessa andatura, immaginiamo zone di festa con temi e modi diversi: giochi, bambinə, sport, neuroqueer, diritti, socialità, racconto delle violenze, visibilità. Spazi fissi che occupano una piazza o una via, oppure micro-cortei che attraversano una o due vie, tarati sui bisogni di quel quartiere. Chi vuole muoversi gira da una zona all’altra; chi ha bisogno di restare resta dove sta meglio.

Comunichiamo davvero

Canali di comunicazione paralleli “per chi guarda da fuori”: volantini cartacei e digitali con messaggi più diretti e concreti, in un linguaggio semplice, corredati di contatti per avvicinare chi sta ancora ai margini. Così, invece di parlare solo alla bolla, il Pride si rende comprensibile a passanti, anzianə, persone con background culturale lontano che non sanno come inserirsi. E magari valorizziamo di più il portato comunicativo dei cartelli, che storicamente hanno raccontato il sentimento comune dei e delle singole: anziché fare la puna creativa del carro il giorno prima del corteo, iniziare a ragionarci dall’inverno, producendo cartelli chiari, immediati, di impatto, facilmente comprensibili.

Sono solo spunti – più o meno condivisibili, ma senza dubbio fattibili. Serve ripensare il Pride da capo, e a deciderne la forma dovrebbero essere le persone che oggi non si vedono: disabili, neurodivergentə, razzializzatə, povere, periferiche. E che il megafono, per una volta, lo tenga in mano chi finora ha potuto soltanto ascoltare, a volte senza capire.

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