PASSING PRIVILEGE

QUALE PREZZO SIAMO DISPOSTI AD ACCETTARE

di Mattia Vannetti

Tra le pagine del ricco vocabolario trans, un termine può essere problematico: passing. Il termine viene usato per la prima volta, nella sua accezione sociologica, nel contesto statunitense tra il XIX e gli inizi del XX secolo, quando nella comunità nera alcune persone dalla pelle più chiara cercavano di dissimulare le loro origini e fingersi bianchi per tutelarsi all’interno di una società fortemente razzista. Per un’analoga necessità di auto-protezione, il passing è stato ripreso nella comunità trans e sta oggi a indicare l’abilità di una persona trans di essere percepita conforme al genere d’elezione da un occhio esterno. Come la sua origine dimostra, il passing porta con sé una contraddizione, poiché sta a indicare qualcosa di fittizio, falso, basato sull’imitazione. 

L’attribuzione del genere, per la maggior parte delle persone, è un processo inconscio e istantaneo. In una società fortemente binaria e cisnormata, una serie di indicatori silenziosi vengono accolti e classificati secondo i due filtri di maschile e femminile, portando l’osservatore a stabilire l’appartenenza a un genere piuttosto che a un altro. Con la stessa velocità e inconsapevolezza, bastano poche reazioni, talvolta solo un gesto o uno sguardo prima ancora di parole o pronomi, a far trasparire l’insindacabile giudizio. 

Essere persone trans significa sentire e avere prima degli altri la consapevolezza di questo continuo e inevitabile scrutinio non richiesto. Ricevere un’interpretazione esterna corretta del proprio genere è un desiderio legittimo; tuttavia quando ciò avviene molto spesso, rispetto alla percezione di un estraneo, si risolve nell’essere vist* come persone cisgender. Questo comporta il porsi in una condizione di minor pregiudizio e anche di minor rischio, rispetto a chi non può o non ha alcuna intenzione di far trasparire questa lettura. 

La narrazione portata avanti da gran parte dei media, quando non scade nella retorica stantia del dolore e del corpo sbagliato o non perpetra stereotipi discriminanti, per presentare modelli positivi di persone trans si basa sull’ostentazione della loro aderenza ai canoni binari, cis e possibilmente eteronormativi: rappresentazione positiva significa obbligo di passing.

La comunità trans da una parte critica questa rappresentazione, ma dall’altra alcune volte in modo più o meno implicito, propone il passing come standard a cui adeguarsi, se non addirittura, in maniera paradossale, come mezzo per rivendicare la completa appartenenza sociale al genere d’elezione e al tempo stesso per legittimare l’identità trans. È più facile essere accettat* quando non si scalfiscono le norme preesistenti. 

La necessità di stabilire una connessione e una comunicazione può portare a cercare dei compromessi con l’interlocutore, con il risultato però di intaccare il messaggio stesso, per riuscire a farlo assimilare, sia pur parzialmente.

Si pone una questione: quanto siamo dispost* a compromettere il nostro messaggio, le nostre identità, la nostra visibilità e le nostre auto-rappresentazioni per ricevere un’attenzione e un riconoscimento che rimarranno sempre offuscati e parziali?

Il passing può essere rassicurante, può darci senso di protezione e allontanarci, ponendoci in una zona sicura, da una lotta che non sempre possiamo affrontare. Ma quella che può sembrare una convalida della nostra identità non è altro che la constatazione di quanto la nostra rappresentazione sia conforme ai canoni binari di una società che al di fuori di essi non ci prevede e non ci rappresenta.

Pubblicato sul numero 50 della Falla, dicembre 2019

Immagine in evidenza da neg.zone

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