La Falla si ferma un po’. In realtà ha già rallentato le attività da tempo, ma voi ne state vedendo le conseguenze da qualche settimana: pochissimi articoli, newsletter dimezzata, nessun invito alle riunioni. Dopo nove anni di attività che è andata sempre in crescendo, abbiamo sentito la necessità di fermarci a riflettere su cosa vogliamo dalla nostra pubblicazione, ma soprattutto sul come portare avanti un progetto così grande con le sole forze del volontariato (e della discontinuità che ne consegue).

In questi nove anni di vita siamo passate dall’essere una pubblicazione cartacea di nicchia distribuita in 2000 copie a Bologna, all’essere un magazine di approfondimento letto da migliaia di persone in tutta Italia: raggiungiamo in media 20.000 persone al mese con i contenuti social, le persone che leggono gli articoli sul sito vanno dalle 6000 alle 8000 (in tempi pandemici abbiamo superato le 10.000 per un paio di mesi). Sono numeri che, secondo le nostre ricerche, potrebbero trasformarsi in entrate che vanno da qualche centinaio a qualche migliaio di euro al mese, se orientassimo la nostra attività verso un obiettivo di monetizzazione.

Se.

Il fatto che non lo facciamo e che non lo abbiamo neanche mai preso in considerazione è indicativo del concetto di attivismo e volontariato cui la redazione sente di appartenere.

Nella nostra redazione non possiamo essere volontarie senza essere attiviste, perché ogni ora di tempo che dedichiamo alla diffusione dei nostri articoli è un mattoncino che va a comporre la casa di attivismo del Cassero e di tutto il mondo LGBTQ+. Allo stesso tempo: essere attiviste per una causa in cui non solo crediamo (e ci mancherebbe!) ma che coinvolge direttamente la nostra esistenza, non ci fa sentire in diritto di chiedere una retribuzione per le nostre ore investite.

Ciliegina sulla torta: monetizzare le attività della Falla – con post sponsorizzati, collaborazioni con aziende commerciali e altre attività tipiche dell’influencer marketing – rischierebbe di sminuire la portata politica dei nostri contenuti.

E quindi siamo attiviste volontarie, talvolta volontariamente frustrate.

Ma c’è una differenza tra attivismo e volontariato?

Fare attivismo significa battersi per una causa che vuole sovvertire lo status quo: organizzare attività che hanno lo scopo di portare un cambiamento sociale o politico. Sensibilizzare, influenzare, stimolare, consapevolizzare sono i verbi dell’attivismo.

Il volontariato invece si adatta alla condizione attuale cercando di tamponare i disagi offrendo un cuscinetto. Aiutare, supportare, dedicare, compensare sono i verbi del volontariato.

Semplificando all’osso potremmo dire che il volontariato fa riduzione del danno, mentre l’attivismo si impegna a eliminare le cause del danno. È chiaro che le due cose sono strettamente legate, che entrambe concorrono al miglioramento del benessere delle persone e che la società trae il suo massimo beneficio da questa sinergia che agisce sia nell’immediato sia nella pianificazione futura.

Ora, fate con me una piccola digressione e vi garantisco che poi capirete il sottotitolo di questo spasmodicamente lungo ultimo editoriale.

Sono una di quelle persone che non riescono a immaginare le propria vita senza le cause a cui sono legata, alle quali dedico letture, discussioni con le amiche, manifestazioni, sfoghi di rabbia nella frustrazione e picchi di empowerment nelle rare conquiste.

Talvolta mi chiedo come sia la vita di chi non fa né attivismo, né volontariato. Mi chiedo che senso abbia per loro alzarsi la mattina, attraversare una giornata e andare a letto la sera senza uno scopo collettivo. Raggiungere il posto di lavoro ed eseguire i compiti assegnati in cambio di uno stipendio da spendere poi in attività che ti rinfranchino dalle fatiche lavorative. Ha davvero un senso? Se tutti gli esseri umani avessero fatto così fin dall’inizio dei tempi, come avremmo fatto a migliorare le condizioni di vita e a progredire?

Quello che chiamiamo generalmente progresso è di fatto un miglioramento delle condizioni di vita che la comunità, da un certo momento in poi, si impegna a garantire: dall’avere un tetto all’istruzione, dall’orario di lavoro al poter scegliere di abortire. Sono i cosiddetti diritti, stati di fatto che diamo ormai per scontati, dimenticando che attivisti e attiviste hanno lavorato decenni per ottenerli.

Se ognunǝ di noi si limitasse a godere di questi diritti, miglioreremmo? Ovviamente no, tanto più che averli ottenuti non garantisce il loro mantenimento: i diritti vanno e vengono come le mode, o meglio, a seconda di chi è di moda al potere. Ma supponiamo che a noi venissero concessi con una garanzia a vita: non crediamo che farli ottenere a chi non li ha potrebbe migliorare anche la nostra esistenza, in quanto parte della comunità mondiale? Viceversa, se tutte le persone che hanno ottenuto il diritto di andare a lavorare e in vacanza, si limitassero a fare solo quello, per sé stesse, l’umanità rimarrebbe ferma.

Per fortuna la realtà è un’altra ed esiste la figura dell’attivista: quella che si dedica alla causa, che lo fa anche quando non ne ha bisogno per sé, garantendo così il contenimento delle conseguenze negative su scala globale.

Che dovremmo essere tuttǝ attivistǝ mi sembra dunque chiaro. Facciamo ora un balzo in avanti nel tempo, nemmeno troppo lontano. Ci stiamo gradualmente avvicinando a una società in cui la tecnologia andrà sostituendosi alle figure umane. Purtroppo non ci stiamo allontanando (non a sufficienza) dal concetto che sostituire una persona significhi risparmiare il suo stipendio e non reinvestirlo in altre forme di capitale umano.

Come sarebbe il mondo se tutte le persone fossero attiviste retribuite? Se ad esempio, mentre i bot informatici controllano i contenuti violenti dei social network, le attiviste fossero adeguatamente pagate per eliminare le cause della violenza? Non crediate sia prematuro pensarci: questo futuro è alle porte e i testi su una società post-lavoro sono diventati più numerosi e sempre più concreti nell’ultimo decennio.

E all’obiezione che non tutte le persone sono in grado di fare attivismo, vorrei rispondere che non è una qualità genetica bensì s’impara; mentre per chi scarseggia di passione e combattività, c’è il sempre il buon caro volontariato, abbordabile cuscinetto che attutisce i colpi di un mondo destinato a essere iniquo.

Questo non sarà l’ultimo editoriale della Falla, sarà soltanto l’ultimo della sottoscritta come responsabile e coordinatrice, che se ne va in cerca di reali opportunità di migliorare il mondo senza la costrizione del volontariato. Auspico un mondo futuro in cui il lavoro sia ridotto al minimo, la ricchezza sia redistribuita globalmente e l’attivismo sia la principale occupazione di chi è statǝ sostituitǝ dalla tecnologia. Occupazione retribuita, ovviamente.

Dovremmo essere tuttǝ pagatǝ per fare attivismo. Ma, per cominciare, dovremmo essere tuttǝ attivistǝ.

La Falla sta attraversando un percorso di riorganizzazione redazionale, sia nelle persone che la compongono sia nelle attività che porta avanti.

Per questo motivo state vedendo meno contenuti del solito ma non temete: torneremo presto splendide splendenti!