Per molte persone LGBTQIA+, e in particolare per le persone trans e non-binarie, le palestre tradizionali possono trasformarsi in luoghi di forte disagio. Spogliatoi divisi rigidamente per genere, sguardi giudicanti e la ricerca di un ideale estetico rigidamente diviso tra maschile e femminile creano barriere spesso insormontabili.
Per capire come scardinare questi meccanismi, abbiamo intervistato Cecilia Carotti, Chià Rinaldi e Gabriel Tomba di QueerGym, un progetto nato a Bologna che sta riscrivendo le regole dell’allenamento.

Cos’è esattamente QueerGym e come si inserisce nel contesto cittadino?
QueerGym è un progetto orientato alla creazione di spazi sportivi safer in cui le persone possano approcciarsi all’attività fisica in modo più libero. Vogliamo svincolarci dall’immaginario sportivo che promuove una cultura del corpo legata a canoni binari, irraggiungibili e grassofobici, orientata ossessivamente alla performance.
Non è un’attività pensata esclusivamente per persone trans*, è un modello di sport transfemminista: l’idea è nata da un riadattamento di un vecchio progetto di Gruppo Trans, ed è frutto di quelle che sono le nostre tre esperienze e competenze diverse. In questo momento QueerGym è sostenuto da GenderLens, Gruppo Trans, FRAME e Uisp Bologna ed è finanziato dal Patto generale di collaborazione per la promozione e la tutela dei diritti delle persone LGBTQIA+ del Comune. Il finanziamento ci sta permettendo, per ora, di mantenere economicamente accessibile la partecipazione, un elemento che per noi è di fondamentale importanza.
Qual è la situazione attuale per le persone trans che vogliono fare sport in Italia? Quali sono le barriere che rendono lo sport di difficile accessibilità alle persone Trans*?
Se parliamo di professionismo, nel panorama italiano, Valentina Petrillo resta, a oggi, l’unica atleta transgender ad aver fatto coming out.
Se parliamo di sport di base, la premessa è che è difficile reperire dati: l’indagine dell’ISS (2022) ci racconta che circa il 61% delle persone transgender non fanno attività fisica contro il 37,5% della popolazione generale. Inoltre, solo due enti di promozione sportiva, Uisp e Aics, e una Federazione (quella di rugby) sono dotate di tesseramento alias. Le barriere normative e burocratiche sono enormi e a queste si aggiungono poi quelle di tipo socioculturale: personale tecnico e sportivo non preparato; attività sportive progettate e divise in maniera binaria; spogliatoi non adeguati all’accoglienza di persone che necessitano di spazi di cambio privati e/o misti; timore, fondato, di trovarsi in ambienti ostili.

In che modo QueerGym abbatte queste barriere? E in che modo l’allenamento è pensato per le soggettività trans*?
Il fitness è per definizione attività fisica volta al benessere, non abbiamo bisogno di piegarlo ad una concezione di genere o a degli standard predefiniti. Gli allenamenti sono strutturati sulle necessità soggettive di chi partecipa: ogni seduta è pensata per un gruppo non omogeneo, ogni persona deve avere uno spazio in cui poter portare a termine il proprio allenamento in base alle proprie capacità ed obiettivi, calibrando tempi, esercizi e attrezzi.
Siamo poi in dialogo con lo spazio sportivo che ospita Queergym, formando il personale affinché possa accogliere persone trans*. In generale, stiamo cercando di rendere lo spazio meno binario, facilitando in prima persona tesseramenti e iscrizioni.
A questo si affianca un lavoro di educazione al benessere legato all’attività fisica e che comprende consigli e approfondimenti su temi che vanno oltre il contesto della lezione, come la nutrizione e uno stile di vita sano ma anche la convivialità e la condivisione col gruppo. L’aspetto di socializzazione è importante: vogliamo creare uno spazio rappresentativo e accessibile in cui sia possibile confrontarsi liberamente su tematiche legate al corpo e all’identità.
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