IL POSTO DI BLOCH

UNO SGUARDO STORICO SULLE FALSE NOTIZIE

di Caterina Campisi

Nonostante l’anglismo lo possa far pensare, le fake news non sono cosa nuova. 

Tutto il contrario: vecchia come la storia dell’umanità. Credenze, leggende e dicerie popolari hanno da sempre viaggiato all’esterno dei canali istituzionali d’informazione.

Non sono il prodotto originale della nostra società dell’informazione, terreno fertile, con le sue modalità di produzione, trasmissione e ricezione, per il rinverdire di questo tipo di sottobosco, sempre presente e strisciante nella storia, tra periodi di rumorosa e scalpitante emersione e di silenziosa e rassicurante sommersione. 

Le false notizie serpeggiavano e rimbalzavano già tra i vicoli medievali e nelle trincee, come ora viaggiano fulminee all’interno dei cavi in fibra ottica.

Marc Bloch, co-fondatore della rivista storica francese delle Annales, osservatore attento degli esseeri umani e del suo tempo, oltre che storico acuto e brillante, ne aveva fatto esperienza in prima persona ai tempi del primo conflitto mondiale, nella vita di trincea. 

Ha raccolto le sue osservazioni in La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921) (Fazi Editore, 2014), composto da due parti scritte in anni differenti: la prima, nei ricordi dei primi anni di combattimento, descrive l’angoscia e il senso d’impotenza provati da lui e dai suoi soldati per la penuria di notizie chiare e l’impossibilità di una visione globale del conflitto. Dal basso delle trincee isolate giungevano sparute e frammentarie notizie, su cui si riversavano tutte le entusiaste speranze o disperazioni infinite di cui i soldati erano preda. Il clima di grande irrazionalità fa da teatro alla possibilità di diffusione delle notizie false, su cui riflette – nella seconda parte dell’opera – a conflitto ormai concluso, con lo sguardo analitico e prospettico di uno storico, divenuto possibile. Bloch distingue in primis tra la falsa notizia di stampa, fabbricata ad arte per influenzare l’opinione pubblica e il falso involontario, che poi tanto fortuito non è. Il falso involontario, infatti, si diffonde grazie a un sistema di pregiudizi, opinioni e credenze pregresse che con la notizia falsa trovano soltanto alimento. In una società, come era per lui quella della trincea, ≪a maglie larghe≫, si faceva ritorno ai meccanismi della tradizione orale. I contatti erano ridotti al minimo e regnava una sostanziale diffidenza nei confronti dell’affidabilità degli organi di stampa, favorita dalla presenza e dall’azione ingombrante della censura e della propaganda.

In piena rivoluzione digitale queste riflessioni ritornano quanto mai attuali. 

Alla ≪mentalità della censura≫ – come definita da Gabriele Vissio – si sostituiscono oggi le teorie complottiste e il credito dato al pensiero pseudoscientifico. 

Oggi la sfiducia si rivolge alle istituzioni, al clima di angoscia prodotto dalla presenza di un nemico invisibile, che intanto ti logora dentro come faceva con i soldati; quello in agguato, pronto ad attaccare da un momento all’altro. 

Il web in questo senso costituisce una vera e propria echo chamber (cassa di risonanza, ndt) per la diffusione di paura, odio e pregiudizio. Da una parte, attraverso il processo di disintermediazione, tende a eliminare i passaggi di selezione e valutazione che spettavano in genere all’editore, causando così l’appiattimento del processo informativo; dall’altra favorisce, soprattutto all’interno dei social network, per via dell’ampia disponibilità di contenuti e degli stessi algoritmi che li regolano, il fiorire delle cosiddette polarized communites (comunità polarizzate, ndt), ossia sistemi chiusi formati intorno al principio della condivisione di ideali e visioni del mondo. 

Ciò crea idee fossilizzate e la censura, o la sottorappresentazione, di quelle discordanti. Ed ecco spiegata l’enorme centralità che hanno riacquistato le teorie alla base del movimento dei NoVax, del terrapiattismo, delle scie chimiche o di quelle complottiste, discusse fino a pochi giorni fa, sulle  cause della pandemia di Covid-19, individuate ora  in un esperimento sociale, ora in un virus creato in laboratorio.

Quanto mai pertinente l’osservazione di Bloch sull’eccezionale spunto di osservazione che sconvolgimenti come la guerra  o una pandemia forniscono sulle modalità di funzionamento di una società, esasperandole, e su un sano e continuo confronto intellettuale come unico rimedio ai mali dell’informazione. E in questa ennesima occasione avvertiamo ancora l’impellenza di un’adeguata  informazione medica e scientifica. Perché la prima malata da curare è la nostra stessa società

Pubblicato sul numero 55 della Falla, maggio 2020

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