ANTIGONE, LA MORTE E LE LEGGI

IL RAPPORTO CON LA MORTE E LO SCONTRO ETERNO TRA NORMA GIURIDICA ED ETICA

di Francesco Colombrita 

Tra le varie ripercussioni sulla nostra vita legate all’avvento del Covid 19 va considerato anche l’impatto che ha sul nostro rapporto con la morte, in particolare per quanto riguarda l’impedimento dei riti funebri che da sempre caratterizzano l’essere umano.

Ormai dal 9 marzo, in Italia sono stati sospesi i funerali, impedendo così alle persone l’estremo saluto dei propri cari, e arrivano, mano a mano che passano i giorni, immagini sempre più agghiaccianti che vanno dai cadaveri ammucchiati sulle piste di pattinaggio in Spagna, alle fosse comuni scavate a Hart Island, New York. 

Ascoltando i racconti di chi non ha potuto appunto dare sepoltura nel modo usuale ai defunti, riecheggia in un qualche modo la figura di Antigone

Sfortunata figlia di Edipo, Antigone si trova nell’orrenda situazione di non poter dare sepoltura a uno dei suoi fratelli: Eteocle e Polinice si erano vicendevolmente uccisi per il dominio su Tebe, che passa così a Creonte, il quale sposa la causa di uno dei due morti rispetto all’altro: 

«Dei nostri due fratelli, Creonte non ha forse deciso di concedere all’uno onorata sepoltura e di lasciare l’altro indegnamente sepolto? Eteocle, dicono, ritenendo giusto di trattarlo secondo le norme rituali, lo ha fatto seppellire, perché avesse onore tra i morti sotterranei; ma il cadavere del misero Polinice ha ordinato, si dice, che nessun cittadino lo seppellisca e lo pianga, bensì che sia lasciato illacrimato, insepolto, tesoro agognato per soddisfare la fame degli uccelli all’erta nel cielo. Tale, dicono, è l’editto che il buon Creonte ha proclamato […]». (Traduzione di Franco Ferrari per Bur)

A parlare è proprio Antigone che si rivolge alla sorella, chiedendole poi aiuto per seppellire Polinice violando la legge. Ismene, però, deciderà di aderire all’ordine come espresso dalla città tramite il sovrano. 

Spesso questa tragedia viene letta come la messa in scena del conflitto tra il diritto positivo e il diritto naturale, sottolineando come la legge di Creonte violi quella degli dei e degli uomini (e infatti poi questa decisione avrà conseguenze drammatiche). Tuttavia un’altra lettura del testo di Sofocle, che non esclude necessariamente la prima, vedrebbe nell’Antigone l’espressione del conflitto tra polis e oikos, tra città e famiglia, cioè del conflitto che vede, all’epoca della messa in scena in particolare, le famiglie – ovviamente in questo caso aristocratiche – perdere potere in favore di un diritto che va gradualmente ad abbracciare la città nel suo insieme e la costruzione sempre più massiccia di un sistema astratto di controllo dei comportamenti: le leggi. Il primo dialogo della tragedia tra Antigone e Creonte è simbolico in questo senso: ambedue affermano di rispettare la legge, la prima una legge appunto naturale o antica, il secondo quella stabilita dallo Stato (che lui rappresenta). 

Cosa si cela però dietro questo conflitto? Zagrebelsky ha sottolineato come la figura di Antigone sia emblematica del conflitto che si va a creare quando una norma giuridica si scontra con un sistema valoriale ed etico dal quale si discosta e pertanto non viene riconosciuta come giusta, perché non viene compreso il suo fondamento morale. È la tensione tra la regola giuridica e la sua interpretazione e, come nota Eva Cantarella, è l’esemplificazione di quel principio che «consente al diritto di non cristallizzarsi in una staticità ma di modificarsi nel tempo a seconda, appunto, della percezione anche della popolazione». 

La riflessione che ci pone Antigone forse è quella della comprensione della necessità di un dialogo continuo tra il personale e il politico, con l’enorme spazio intermedio del vivere sociale. Uno scambio che porti alla costruzione di un sistema di valori il più possibile condiviso e la cui morale trovi espressione in una legge che non sia solo esercizio di forza, ma che sia l’espressione tangibile e suffragata del patto sociale

In questi giorni, non solo vediamo sospesi quei riti che ci permettono di affrontare il nostro rapporto con la morte, ma subiamo anche un’importante limitazione delle nostre libertà personali. In nome di un bene che poniamo come più grande, certo, ma occorre che la comprensione di tutto questa avvenga tramite un racconto che sia in grado di pervadere la società e riempirla di un senso collettivo di appartenenza che vada a significare questi sacrifici, perché siano la nostra storia e non solo l’atto coercitivo di un Dpcm.

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