FINCHÉ MORTE NON LE SEPARI

LE DONNE NUOVE, HENRY JAMES E IL MATRIMONIO BOSTONIANO

di Irene Moretti

Nel 1886, lo scrittore americano Henry James pubblicò il romanzo “The Bostonians”, in italiano tradotto in alcune edizioni al maschile e in altre al femminile con “Le bostoniane”. Senza fare troppi spoiler per chi avesse voglia di leggersi il libro – è lungo e James non è gentile nei confronti dei movimenti femministi nascenti  – la storia è questa: i cugini Olive Chancellor e Basil Ransom, durante una manifestazione femminista, restano colpiti, per motivi diversi, dalla giovane Verena Tarrant. Quando Olive convince Verena ad andare a vivere con lei, le due si ritrovano in quello che, grazie a questo romanzo, da lì in poi sarà chiamato “matrimonio bostoniano”

Nel XIX secolo, nel libro come nella vita reale, prima della patologizzazione del lesbismo e dell’omosessualità, la convivenza tra due donne era un qualcosa che semplicemente accadeva e la natura della relazione tra le due non destava molta curiosità o scandalo. Le “donne nuove” di fine Ottocento – solitamente benestanti, suffragette e femministe, intellettuali e accademiche – talvolta decidevano semplicemente di andare a vivere insieme, in coppia, desiderose di indipendenza dall’uomo, per mutuo aiuto o, chissà, forse anche per amore. 

La natura dei matrimoni bostoniani, infatti, è incerta e ancora dibattuta anche a livello accademico: erano matrimoni lesbici ante litteram o una unione di altro tipo? Erano rapporti dettati dall’esigenza di emanciparsi e trovare altri tipi di convivenze e relazioni che non fossero il matrimonio eterosessuale, sicuramente. 

Erano anche rapporti romantici? C’era una componente erotica? A queste domande non possiamo rispondere: l’unica certezza è che, negli Stati Uniti e in Inghilterra, abbiamo notizie di donne che si erano scelte l’un l’altra come compagne di vita. Henry James infatti non si era inventato nulla: sua sorella Alice era unita in un matrimonio bostoniano con l’educatrice Katharine Peabody Loring. 

La storia, soprattutto quella della letteratura e quella dell’accademia, ci dà tre importanti testimonianze di questo tipo di unione: su tutte quella della scrittrice canadese Mazo De La Roche. L’autrice della fortunata saga familiare di “Jalna” visse gran parte della sua vita con la cugina adottiva Caroline Clement, con la quale adottò a sua volta una bimba. De La Roche e Clement avevano sempre difeso la loro privacy e alla morte della prima, nel ‘61, Clement ne bruciò tutti i diari. 

La natura della loro relazione resta a oggi oggetto di speculazioni. 

Anche le scrittrici statunitensi Sarah Orne Jewett e Annie Adam Fields, seppure eterosessuali, hanno vissuto in un matrimonio bostoniano. Questo tipo di unione era talmente diffusa in ambito accademico che al Wellesley College, nell’Ottocento, solo una donna su 53 era sposata con un uomo. Famosa la convivenza tra Katharine Lee Bates, poetessa, e l’economista Katharine Ellis Coman: le due vissero insieme per 25 anni. La fortuna di queste unioni finì intorno agli anni Venti, quando anche solo essere sospettate di lesbismo poteva costare caro.

Pubblicato sul numero 57 della Falla, luglio/agosto/settembre 2020

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