LE LETTERE VENEZIANE DI FREDERICK ROLFE

A Venezia, fino al 1908, probabilmente negli stessi anni in cui il protagonista della Morte a Venezia di Thomas Mann girovagava tra le calli in preda a una travolgente passione pederastica per il giovane Tadzio, esisteva un bordello dedicato ai rapporti sessuali tra uomini. In Fondamenta Osmarin «il club era aperto giorno e notte, e c’erano sempre dieci ragazzi pronti per l’uso. La spesa era 7 franchi per la stanza e quel che volevi per il ragazzo, ma dovevi pagarlo in presenza del portiere e non dargli mai più di 5 franchi, anche se restavi tutto il giorno e tutta la notte, cioè 5 franchi e 7 franchi per 12 ore». A raccontarcelo è Frederick Rolfe, eccentrico scrittore inglese noto all’epoca come Baron Corvo, in una serie di lettere inviate all’amico e mercante Charles Maddow Fox, per convincerlo a provvedere ai denari necessari al mantenimento di una casa che accogliesse lui (lo scrittore) e una serie di giovani ragazzi che lo stesso Oscar Wilde, parlando della realtà veneziana, non si trattenne dal definire grottesche «marchette in gondola». Il lavoro di Rolfe è sia letterario sia, si potrebbe dire, cronistico. Le lettere non erano destinate alla pubblicazione, tanto che lui stesso chiese all’amico di bruciarle, ma questi non lo fece e finirono per confluire in una raccolta (Lettere veneziane – Tre racconti su Venezia, Filippi, 2012; prima edizione originale: Three Tales of Venice, The Corvin Press, 1950). Le fonti della narrazione del Baron Corvo erano estremamente dirette: egli infatti, nei suoi anni in laguna, frequentò assiduamente ragazzi che per mantenersi e sfuggire alla povertà, o a lavori poco remunerativi, solevano intrattenersi con signori altolocati, spesso turisti, in giro per la città. 

Il giovane Amedeo, ad esempio, «[…] è sempre andato a torso nudo, anche in Piazza San Marco, e subito i Signori lo seguivano, e nel primo angolo discreto faceva loro cenno e così trovavano i clienti». L’opera di Rolfe si rivela estremamente interessante proprio per la sua irriverenza e la sua schiettezza nel raccontare uno spaccato di realtà che altrove si ritrova solo accennato e nebuloso. Ed è proprio l’esperienza personale che erompe dalle pagine rendendole vive e autentiche per il lettore: «Un corpo grande e lussurioso, come quello di Gildo o di Amadeo o di Piero, mi dà tutto quello che desidero. Per riuscire a stringere le loro lunghe gambe muscolose, le mie cosce devono stirarsi e allargarsi. Il mio uccello spinge nel fesso delle loro grosse cosce, il mio ventre sente il calore e le spinte del loro uccello impetuoso, ed il mio corpo si tende allo spasimo […]». 

Come rileva Giovanni Dall’Orto, «Rolfe non parla solo della prostituzione ma […] registra anche – ad esempio – la storia amorosa e sessuale fra Zildo […] e Piero», leggiamo in una lettera del 28 novembre 1909: «Piero e Zildo si amano e fanno tutto l’uno all’altro ma a nessun altro […]. Piero è molto richiesto anche dalle donne ma non riesce a venire più di due volte per notte». 

Scopriamo poi in una lettera successiva che i due ragazzi si sono lasciati per gelosia, situazione della quale il Baron Corvo approfittò per tentare di irretire il giovane Piero, che in effetti cedette: «La stretta di entrambi è stata stupefacente. Non ho mai saputo di poter amare od essere amato così appassionatamente con così tanta parte di me da così tanta parte di un altro. Abbiamo semplicemente cavalcato assieme. Nemmeno una briciola di me non ha fatto la sua parte. E la fine è arrivata nello stesso momento per entrambi.»

Pubblicato sul numero 52 della Falla, febbraio 2020

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