A COMING OUT CAROL – I NOMI GIUSTI ALLE COSE

di Francesca Anese

Bologna sembrava la terra promessa quando andavo a fumare di nascosto nel parchetto dietro casa, invece di preparare la maturità. Era il luogo magico dai contorni poco nitidi che a diciotto anni, incazzata e incastrata in un paesino di provincia, bastava descrivere come lontano perché fosse attraente. Eppure Bologna è stata da subito molto più che la tana ideale per una matricola fuggitiva: era il mio posto sicuro, dove rimaneva solo l’eco di tutto quello che non funzionava, del liceo, delle cose dette rimaste sospese a mezz’aria, inchiodate alle discussioni che non avevo concluso prima di partire. Niente era risolto, ma la disinvoltura che avevo conquistato, comoda nei miei panni di matricola spavalda, mi concedeva per un po’ di mettere a fuoco solo il piccolo spazio di mondo che mi trovavo davanti, scoperto come la porta per Narnia: il Cassero.

Le serate convergevano in quella direzione, io e il mio migliore amico ci tiravamo a lucido, pronti per la caccia, e, carichi della giusta dose alcolica che doveva correggere l’insicurezza di un’adolescenza tortuosa, scendevamo le scale del locale come se ci fosse sopra un tappeto rosso solo per noi. Eravamo talmente inebriati dall’euforia di quelle sere che tutto ciò che succedeva intorno era nebuloso, c’erano solo le luci che si alternavano sui nostri volti e la musica spaccatimpani. 

Passavano i mesi e ogni dettaglio del posto nuovo diventava sempre più familiare, ma rimaneva quella sensazione onirica, così non mi sono nemmeno accorta che la fotografa stesse puntando il faretto luminoso verso di me per scattare. Frequentavo da poco una ragazza, nulla di serio ancora, ma uscivamo insieme e una volta pubblicate le foto della serata, proprio quella fotografia innocente è silenziosamente finita al centro del mio profilo Facebook. Non me ne sono preoccupata, io ero nel mio posto felice e non avevo nulla da nascondere che non fosse già stato chiarito; in modo più o meno turbolento, avevo già fatto coming out, e non mi interessava eliminare dalla circolazione reperti espliciti che ribadissero il concetto, anzi. Non mi aspettavo che quell’immagine arrivasse fino a mio fratello, il piccolo, il bimbo che piangeva ogni volta che mi accompagnava in stazione.

A lui non avevo ancora parlato. Da tutti gli altri, forse ingiustamente e  con troppa fretta, pretendevo comprensione e approvazione, erano abbastanza grandi per capire, ma con lui, il piccolo, era diverso, io ne ero responsabile. Era arrabbiato e confuso, era impreparato, ed era colpa mia. Per un giorno c’è stato il silenzio e io non sapevo cosa dire la sera, al telefono, ma aveva lui le parole giuste: “Ma la foto era solo per fare scena o la ami?”. Ho risposto con cura alla sua domanda, perché era l’unico che avesse davvero prestato attenzione nel pormela, ad aver colto il punto, preannunciando quella che sarebbe diventata ben più di una frequentazione temporanea. Non è più stato necessario parlarne, lui da solo ha saputo dare i giusti nomi alle cose, rendendole naturali anche nelle situazioni più scomode, con quella spontaneità che avrei tanto voluto avere io.

pubblicato sul numero 42 della Falla, febbraio 2019

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