Daniele Del Pozzo e il suo sguardo sulla cultura LGBT+

 

La coppa è enorme, è una padella di latta su un grosso piedistallo di legno, il suo stile è quello del premio in palio per il vincitore di una corsa campestre organizzata da una pro loco, ma il nome del premio deriva da quello dell’Ubu roi, la leggenda pre-surrealista del teatro di Alfred Jarry.

Colui che alla fine degli anni ’90 calcò con spavalderia le passerelle del contest Miss Alternative col nome di Fionda Roberts e lo vinse, ha trionfato di nuovo. Sono al Cassero con Daniele Del Pozzo e scherziamo sui suoi lontani successi come mannequin e su quelli del presente in quanto vincitore del premio Ubu – il massimo riconoscimento italiano in campo teatrale – per il festival Gender Bender come migliore direttore artistico, ex aequo con Francesca Corona per Short Theatre.

Daniele racconta come, trent’anni fa, un gruppo di giovani pazze capitanate da Stefano Casagrande sfilasse per raccogliere fondi in favore della lotta all’Aids, ispirandosi al fenomeno delle top model in voga a quel tempo «Volevamo dire che l’Aids non si trasmette con un bacio e nemmeno bevendo dallo stesso bicchiere, volevamo educare per fare auto prevenzione, eravamo in piena emergenza». Miguel Malafronte della Lila aveva avuto l’idea di dare a queste volontarie della passerella un nome d’arte in cui ci fosse quello di un medicinale, Giada Orudis, Daphne Fluimucil, Vanity Polase e poi lei, alta, magra, chic, la Fionda Roberts; tutte con una gran voglia di mettersi in mostra, tacchi da vampira e sguardo altero, in nome della ricerca ma anche convinte – seguendo il detto di Stefano Casagrande – che due minuti di sfilata servano più di dieci anni di psicoterapia. “Sei un mostro!” le incitava Casagrande, uomo intelligente e visionario, rifilando loro un mazzo di fiori secchi e una fascia scritta col pennarello. Quando la sfilata di Miss Alternative uscì dalle mura di Porta Saragozza per debuttare al Parco Nord fu come se il  Cassero si aprisse alla città, fu un gesto importante di visibilità e auto affermazione. Daniele racconta che venne chiamato nel 1995 dal direttivo di allora per occuparsi dei progetti culturali del circolo, vivendo così in prima persona la trasformazione dell’associazione durante un quarto di secolo circa. Un Cassero che grazie al lavoro indefesso e alla passione di tanti e tante è diventato un punto di riferimento per molte persone, un centro culturale aperto all’esterno, una macchina da guerra capace di dare risposte ai bisogni attraverso numerosi servizi: il telefono amico, il consultorio, il Cassero salute, il Cassero giuridico, il Centro di documentazione.

Approdando al festival Gender Bender Del Pozzo ha portato venticinque anni d’esperienza nell’organizzazione delle attività culturali: Blowing Bubbles, il concorso di cortometraggi per la prevenzione di Hiv e Aids, il Festival di Cinema Gaylesbico, le lezioni della Libera Università Omosessuale, bel momento di autoformazione, esperienza approdata alla programmazione pluridisciplinare del Gender Bender. Il passaggio, racconta Daniele, è stato fondamentale: il Cassero è partito col proporre necessariamente una cultura di tipo comunitario, fatta da e per le persone appartenenti alla comunità LGBT+, più attenta al contenuto che alla forma artistica, ed è giunto a essere un luogo che produce e propone forme artistiche ed esperienze culturali riconosciute come necessarie e importanti per il sistema culturale tout court. Il percorso di crescita culturale portato avanti dal Cassero ha permesso di riconoscere il contributo fondamentale dato dalla specificità LGBT+ alla cultura (pensiamo per esempio a Pasolini, Testori, Arbasino, Moscato, Tondelli), potenzialmente accessibile all’esperienza di tutti e tutte pur partendo da una precisa identità specifica, e capace di ribattere al pensiero che ancora oggi ama tenere distinte l’esperienza di vita dalla rappresentazione artistica. In questa operazione il Cassero è un animale straordinario, ha unito artisti e forme artistiche diverse, unificandole sotto un comun denominatore e ha forzato la separazione con il mondo, ampliando l’esperienza di una comunità ristretta all’intera comunità cittadina, nazionale e oltre. Il Cassero è aperto.

E ora, gli dico, il Teatro Arcobaleno che nel 2018 prende il premio Eolo per il migliore progetto di Teatro Ragazzi, poi il premio a te come migliore curatore per Gender Bender. Sì, dice Del Pozzo, da cinque anni Gender Bender è un progetto generativo, perché con la sua presenza ha contribuito a far nascere anche altri progetti fuori Bologna, come il festival Orlando a Bergamo o What you see a Utrecht in Olanda. C’è anche un aspetto fisico. Porta Saragozza era un luogo chiuso, per sapere cosa accadeva all’interno dovevi varcare una porta, ora alla Salara ciò che accade lo vedi principalmente dalla strada, sei in un parco pubblico e sei circondato da altri istituzioni culturali, il Mambo, la Cineteca e l’Università, fai parte di un progetto cittadino complessivo e più ampio. A ogni edizione di Gender Bender si lavora in squadra per un anno intero, per il 2019 posso dirvi che lavoreremo per ridurre la distanza fisica ed emotiva tra artisti e pubblico come farà la coreografa Yasmeen Godder con lo spettacolo Common Emotions.