QUANDO L’OSCURANTISMO PARTE DAL LINGUAGGIO

Il mare che scorre in mezzo al “dire” e al “fare” del proverbio, spingendo ogni anno al naufragio i nostri buoni propositi di gennaio, non è sempre esistito: nei popoli primitivi l’aderenza delle parole alla realtà è totale. Pronunciare un termine vuol dire evocare i poteri a esso connessi, dire è già fare. E a nulla servono giri di parole: un’espressione pericolosa va condannata al silenzio. È nato un tabù.

Nel dicembre 2017 l’amministrazione Trump presenta alla Cdc (Center for Disease Control and Prevention), massima autorità statunitense, una lista di parole vietate per la preparazione del budget del 2018. I termini “vulnerabile”, “diritto”, “transgender”, “feto”, “diversità” saranno eliminati dai documenti ufficiali delle richieste di fondi alle autorità federali. Non viene fornita nessuna alternativa possibile. Al posto dell’espressione “basato sulla scienza” o “basato sull’evidenza” si consiglia invece “basato sulla scienza in considerazione degli standard e dei desideri della comunità”.
Dietro questa operazione primitiva vengono intravisti Mike Pence, vicepresidente, e Betsy De Vos, ministro dell’istruzione, creazionisti. Pence, qualche anno prima, in qualità di governatore dell’Indiana, aveva vietato al Dipartimento di Salute di parlare dello Human Papilloma Virus, ritenendolo una giusta punizione per chi avesse ceduto al languore delle carni fuori dal matrimonio; arrivando anche a proibire una distribuzione di siringhe durante un’emergenza Aids. Ogni discorso del Dipartimento doveva quindi essere sottoposto prima alla supervisione del governatore, che si assicurava non trattasse di malattie sessualmente trasmissibili.

Si cela, sotto il velo del fondamentalismo religioso e antievoluzionistico di Pence, la volontà dell’amministrazione Trump di assottigliare i fondi stanziati per la ricerca scientifica e i programmi di assistenza sociale. Come i giochi da tavolo ci insegnano, l’impossibilità di dare nome alle cose ce le allontana sempre di più, ci porta fuori strada, a volte ci sbarra completamente l’accesso all’essenza della realtà. Perché questo indice di parole proibite taccia anche argomenti quali orientamento sessuale, transizione di genere, malattie fetali e aborto, catalogandoli come politicamente scomodi e rendendoli quindi meno appetibili ai finanziamenti statali. Già nei mesi precedenti il Dipartimento della Salute (che a sua volta controlla il Cdc) aveva rimosso le informazioni relative alla sanità e ai servizi in aiuto alle persone LGBT+ vittime di trafficanti. Allo stesso modo all’Epa (Enviromental Protection Agency) era stato richiesto, poco dopo l’elezione Trump, di cancellare la sezione relativa al riscaldamento globale come aveva già fatto il sito ufficiale della Casa Bianca. Il presidente in carica chiosa su Twitter affermando che la costosa invenzione del cambiamento climatico (opera della Cina per danneggiare l’economia americana) doveva essere fermata: “Il nostro pianeta sta congelando, le temperature basse sono da record e i nostri scienziati sono bloccati nel ghiaccio”.

Si cela, sotto i panni di una democrazia qualcosa che democrazia non è, e mira a ridurre a opinione la scienza, che demagogia non dovrebbe essere (e purtroppo è stata o si cerca di farla diventare, anche oggi, anche in Italia). La natura è indifferente ai desideri della comunità e alla considerazione degli standard e si svela solo dietro necessarie dimostrazioni e sensate espressioni per descriverle. Le parole fanno da ponte tra noi e il loro significato: demoliamole e resteremo noi, da un lato, e i concetti e la realtà dall’altro, sempre più lontani, freddi, estranei.

pubblicato sul numero 34 della Falla – aprile 2018