Gianvito Turi è art director e illustratore pugliese.
Dopo gli studi in comunicazione visiva e multimediale inizia a lavorare come visual designer prima e successivamente come art director, collaborando con varie agenzie di comunicazione pugliesi e nazionali.
Si occupa di sviluppare progetti di visual identity, advertising e packaging design perfezionandosi nel frattempo nell’illustrazione.
Ha ricevuto vari riconoscimenti e premi a livello internazionale: medaglia d’oro dalla Society Illustrator di New York, “Best in Show” ai Communication Arts e bronzo ai Pentawards.
S’ispira al cartellonismo e alle copertine dei dischi jazz anni ‘50.

In una società che ci vuole sempre più performanti e produttivi, cosa hai pensato quando ti abbiamo proposto di realizzare un poster per il mese dedicato alla Giornata Internazionale dei Lavoratori e delle Lavoratrici, affrontando il tema del riposo in contrasto al lavoro?

Ho pensato immediatamente che fosse un tema molto attuale e trasversale, capace di attraversare molti ambiti della nostra vita. Un tema necessario, di cui parlare e confrontarsi, perché riguarda tutti e soprattutto il tempo in cui viviamo. Sicuramente non semplice da tradurre visivamente, ma proprio per questo l’ho percepito subito come una sfida interessante da accettare.

Come hai interpretato questo tema nel tuo poster? Ci racconti il processo artistico e le scelte che ti hanno portato a tradurlo visivamente?

Ho immaginato la dittatura della performance, quella che ci vuole sempre operativi, prestanti e costantemente produttivi, come un ritmo ossessivo, imposto, che non lascia spazio ad un pensiero più profondo. Per contrasto, ho pensato di contrapporre come concetto centrale quello della sospensione: una rottura del flusso, un’interruzione capace di sabotare questo meccanismo. In questo mi sono venute in aiuto le mie passioni musicali. Nel jazz esiste il termine break: una pausa, una sospensione del ritmo principale durante la quale uno strumentista si stacca dal continuo flusso sonoro e si lancia in un potente assolo. È un’interruzione che lascia emergere espressività, presenza e coinvolgimento emotivo.

Da qui è nata l’immagine di unə batterista jazz-punk, chaplinianə e contemporaneə, immersə in una fabbrica moderna che si estende anche nello spazio virtuale. Una figura che rompe il ritmo, interrompe la catena di montaggio della performance continua e si beffa dell’(algo)ritmo che ci chiede costantemente di trasformare il nostro vissuto in qualcosa di produttivo e performativo.

Secondo te il linguaggio visivo può avere un ruolo determinante nel raccontare temi sociali urgenti? In che modo?

Assolutamente sì. Tutto quello che produciamo in ambito visuale ha una funzione e un messaggio. E chi si occupa di questo soprattutto a livello professionale svolge un ruolo e ha un punto di vista sul mondo e sugli eventi e quindi una responsabilità nel comunicare la sua visione, sia che si tratti di lavori commissionati, sia che si tratti di progetti personali o sperimentali.

Per questo penso sia importante creare sempre più spazi, occasioni e condizioni di confronto in cui il linguaggio visivo possa contribuire a stimolare riflessioni collettive nel modo più aperto e sostenibile possibile.

Tra gli animali che vanno in letargo, quale ti rappresenta di più e perché?

Penso al riccio. Con la sua barriera naturale di spine riesce a definire confini legittimi contro ciò che percepisce come minaccia, senza però perdere il suo animo pacifico e gentile. O almeno, continua a provarci.