Nel suo libro Homosexual Desire in Revolutionary Russia Dan Hailey racconta, tra le tante altre storie, la vicenda di un ragazzo russo di nome Evgenij Fedorovich, divenuto orfano nel 1915 e arruolato negli anni della Rivoluzione come commissario politico, per poi stabilirsi 1922 in un borgo di provincia della Russia Meridionale. Qui Evgenij corteggiò una donna con cui di lì a poco si sposò, senonché aveva falsificato i suoi documenti e risultava essere una donna di nome Evgenija Fedorovna, all’insaputa anche della moglie, che lo scoprì solo dopo il matrimonio, senza tuttavia rompere la relazione.
L’involontaria conseguenza di questa faccenda fu che, quando le autorità locali scoprirono la falsificazione dei documenti e accusarono Evgenji di crimini contronatura, l’indagine fu archiviata dal Commissariato di giustizia in quanto, come riporta Hailey, «riconobbe il matrimonio tra le due donne come “legale, in quanto contratto col mutuo consenso”» delle parti, di fatto rendendo la neonata Unione Sovietica il primo Stato moderno a riconoscere il matrimonio egualitario, anche se per un breve periodo, nella sola Repubblica Russa e senza mai legiferare a riguardo. Questo evento, in realtà poi con notevoli zone grigie e tutt’altro che roseo, fu solo uno di diversi casi, secondo l’indagine di Hailey, all’interno di un più ampio e florido panorama lesbico e trans* nella Russia di quegli anni, declinato maggiormente in accezione lesbica nei principali centri urbani e con una più accesa espressione di genere maschile nelle aree rurali: Hailey addirittura osserva che le relazioni lesbiche raramente portavano all’allontanamento coatto dalla famiglia.
Questa parentesi tutto sommato felice (dalla decriminalizzazione dell’omosessualità alla sua nuova criminilizzazione, degli anni 1917-1934) e caratterizzata anche dalla nomina della prima ministra della storia moderna e da una generale elaborazione femminista piuttosto all’avanguardia, non fu affatto un caso isolato, ma in realtà l’èlite culturale russa stava assorbendo i risultati di quanto accadeva in maniera ancor più esplicita e risoluta in Francia e Germania, e in particolare a Berlino e Parigi: se a Berlino fu attivo dal 1919 al 1933 l’Istituto per la ricerca sessuale del dottore ebreo Magnus Hirschfeld, che molto ha contribuito all’emancipazione dell’identità trans* e ai primi tentativi di terapie di riassegnazione del genere, e locali come l’Eldorado operavano senza troppi problemi sotto la luce del sole e nella Parigi della Belle Époque, che pur si fregiava d’essere meno prona rispetto all’avversaria tedesca alle «anomalie sessuali», operavano locali come La Souris, una birreria di Montmartre dichiaratamente per clientela lesbica, o il Palmyre’s, Le Hanneton, Le Rat Mort e il Maurice’s: dei gay bar a tutti gli effetti. I primi due gestiti dalla stessa proprietaria: Palmyre Louise Dumont; l’ultimo da un ebreo algerino di nome Maurice Zekri. Tali locali, insieme all’attività di salotti privati, risultarono fondamentali per alimentare il mito di una «gaia Parigi», forti della parziale decriminalizzazione dell’omosessualità: nel 1791 la sodomia sparisce dal nuovo Codice Penale, e di conseguenza l’omosessualità risultava comunque perseguita, ma come oltraggio al pubblico pudore, atti osceni in luogo pubblico, o istigazione di minori alla dissolutezza, per cui la polizia tendeva a sorvolare sulle attività di tali locali, fintanto che rimanevano confinate all’interno dei locali stessi.
Una situazione simile vigeva anche in Spagna, dove l’omosessualità fu decriminalizzata durante il periodo dell’occupazione francese e poi di nuovo nel 1822, per poi essere nuovamente criminalizzata in occasione delle dittature di Rivera (1928-1932) e Franco, con l’emersione di comunità LGBTQIA+ clandestine a partire dagli anni ’60.
Persino nel Regno Unito, dove l’omosessualità è rimasta come reato fino al 1967, figure come Havelock Ellis e Edward Carpenter sul finire del secolo XIX già ponevano le basi per il movimento omosessuale inglese, e per tutto il secolo precedente numerosi locali conosciuti come Molly Houses, per quanto illegalmente, si offrivano come punti d’incontro della sotterranea comunità queer britannica, un fenomeno che dopo il secondo conflitto mondiale sarebbe stato poi in notevole contrazione e al cui interno spicca la vicenda del locale notturno lesbico del Gateways Club, attivo tra 1931 e 1985.
Per quanto possa essere drastico e sicuramente errato dire che si stava meglio quando si stava peggio (per esempio: il paragrafo 175 in Germania, per quanto ebbe il suo picco di applicazione durante e anche dopo l’epoca nazista, fu comunque introdotto nel 1871), e bisogna in ogni caso tener conto che diversi di questi locali sopravvivevano anche grazie al suscitare, nella clientela cis-etero, una sorta di curiosità voyeuristica o anche morbosa, alla stregua di uno spettacolo di fenomeni da baraccone, quello che emerge con chiarezza è che l’emancipazione queer, specie quella lesbica e bisessuale femminile, ha avuto margini più ampi nel primo periodo prebellico e che in generale le vicende belliche e le derive autoritarie sono sempre corrisposte a una contrazione di visibilità e libertà per tutta la comunità LGBTQIA+.
Nei fatti, quindi, ieri era esattamente come oggi.
Immagine in evidenza: jenikirbyhistory.getarchive.net

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