KING KONG GIRL 

di Giulia Ferri

Accostare la mostruosa figura di King Kong alle rivendicazioni femministe sembra un azzardo quasi incoerente. Che cosa potranno mai avere in comune il mostro per eccellenza del cinema hollywoodiano con la lotta per la parità dei sessi? Ad avvicinarli e renderli simbiotici ci ha pensato la scrittrice e regista francese Virginie Despentes, che con il suo primo saggio King Kong Girl (Einaudi, 2007), si fa portavoce di una saggistica violenta e anticonformista dove il mostro, umanizzato, diventa l’incarnazione di tutto ciò che valica l’ordine fallocentrico.

La voce della Despentes irrompe nella tradizione letteraria con una penna troppo vissuta, violata e inquieta per potersi contenere. King Kong Girl non è solo un saggio, è una pagina di vita di una donna che, distruggendo l’homo academicus, stravolge il paradigma della femminilità, stando dalla parte «delle racchie, le vecchie, le camioniste, le frigide e le isteriche, tutte le escluse dal gran mercato della bella donna». 

Con quest’irruenza quasi folgorante, l’autrice ci accompagna per mano nei meandri del moralismo e del perbenismo borghese che detiene ancora oggi l’ultima parola sulla femminilità e su cosa o chi possa essere definito in tal senso. Una società narrata in prima persona dalla Despentes e dal suo vissuto personale: dalla ragazzina diciassettenne stuprata e ripetutamente sottoposta a trattamenti psichiatrici, passando per la ventenne indipendente che decide di lavorare come prostituta saltuaria, definendo quest’esperienza «una tappa cruciale di ricostruzione dopo lo stupro. Un’operazione di risarcimento, banconota dopo banconota, di ciò che mi è stato preso con la brutalità», sino alla produzione, in veste di regista e produttrice, di film porno. 

Ciò che ci viene presentato è la vita di una donna che per la nostra società dovrebbe essere messa a tacere, definita dallo standard della donna modella, perfetta e perennemente irrealizzata. Una donna che può esistere solo all’ombra dell’uomo. 

Le pagine della Despentes non sono solo memorie di una vita violenta e provocatoria, sono resoconti narrati con una lucidità e un distacco tali da non fermarsi all’esperienza personale. La sua voce scomoda, aggressiva e rumorosa è in grado di raggiungere ogni lettrice nella propria femminilità, in una domanda mai formulata per intero, in un moralismo nascosto, in una negazione di se stesse. 

In questa ridefinizione di sé, il filo conduttore della narrazione rimane sempre lo stesso: il sesso. Che sia preteso, violato, desiderato o pagato, l’arcano tabù dell’umanità viene smontato in tutte le sue rappresentazioni e stigmatizzazioni, facendo emergere la posizione di una donna senza filtri o maschere sociali. Non c’è spazio per pietà e vittimismi poiché ciò che viene richiesto alle lettrici è di non nascondere il proprio volere e la propria indipendenza. Ogni pagina ci ricorda di non sottostare più alla legge della vergogna, della violenza che relega la femminilità e la sessualità in un becero binarismo cristiano moralista che soggioga non solo la donna ma anche chiunque non rientri nella categorizzazione etero-cisgender con cui veniamo educate sin da piccole. 

Ed è proprio in questa critica queer che la Despentes è in grado di attuare una ridefinizione semantica della figura di King Kong. Da mostro non ben definito che tiene in ostaggio la giovane e patriarcale donzella, ci viene offerta una visione nuova di questa gorilla, elevata nella prospettiva della scrittrice a icona della fluidità di genere, di ciò che non è né maschio né femmina. King Kong è il sesso stesso, lo stigma della prostituzione, della pornografia, di tutto ciò che una persona può volere ma di cui allo stesso tempo, è follemente terrorizzato. È lo scardinamento della normalità e della comune definizione di sé. 

King Kong Girl è un saggio che brucia tra le nostre mani, che vuole farci male, quasi paura, nel tentativo di mostrarci il vero mostro che si annida nell’ombra e che silenziosamente riesce ancora ad avere il controllo delle nostre libertà. È uno schiaffo doloroso e difficile da accettare ma, allo stesso tempo, un importante alleato nella lotta di ognuna di noi. 

 

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