ORGOGLIOSAMENTE FUORI DALLA NORMA

LA VISIBILITÀ COME GRIMALDELLO POLITICO

di Elisa Coco

Il 26 aprile è la giornata della visibilità lesbica. Devo confessarlo: fino a un paio di anni fa non sapevo neanche che esistesse questa data, e ancora oggi non sono riuscita a rintracciarne la genesi storica e politica. Cercando in rete si trovano pochi articoli in italiano su questa invisibile giornata di visibilità (di cui due proprio sulla Falla). Non sono, in generale, particolarmente amante delle “giornate”, certo sono utili per creare spazio nel discorso collettivo per la presa di parola delle cosiddette minoranze, per costruirci intorno campagne di sensibilizzazione contro le varie forme di violenza di genere che opprimono le nostre vite, ma temo il rischio di una funzione assimilazionista di questo tipo di dispositivi. Quello a cui fa riferimento questa giornata, la visibilità lesbica, però mi intriga e mi chiama. 

Ho avuto la fortuna di incontrare nel mio percorso politico, e anche nella mia pratica d’amore, un’attivista appassionatissima come era Luki Massa. Aveva vissuto la stagione del lesbismo come movimento politico in Italia, agli inizi degli anni ’80, e per la visibilità aveva proprio una fissazione politica. Da lei ho imparato che la visibilità è una pratica politica che come lesbiche abbiamo agito e agiamo ogni giorno, da sole e insieme, nell’attraversare, vivere e a volte letteralmente occupare lo spazio pubblico con i nostri corpi e il nostro desiderio. Mi piacerebbe quindi che il senso di questa visibilità riconquistasse tutta la densità politica del dirsi lesbica, del viversi lesbica, e tutto lo spessore di decenni di pensiero e attivismo lesbici, di autorappresentazione e invenzione. 

Purtroppo in questi giorni di pandemia e di domiciliazione forzata è difficile occupare lo spazio pubblico con i nostri corpi, anche se le femministe polacche lo stanno creativamente facendo al grido di «Abbiamo le mascherine sul viso, ma non chiudiamo la bocca» per reagire al tentativo di far passare proprio sotto l’emergenza pandemia l’inasprimento della legge anti-aborto e la criminalizzazione della educazione sessuale. Come lesbiche possiamo forse essere visibili a noi stesse ricordando quanto la costrizione nelle famiglie d’origine si possa tradurre per noi in oppressione e violenza (se vi succede, potete contattare le compagne della Linea Lesbica Antiviolenza di Lesbiche Bologna), e quanto invece per chi abita modalità di vita altre da quella eteronormata la mancanza delle nostre reti e delle nostre comunità in queste settimane sia una deprivazione vitale. Sono convinta che in tante stiamo sperimentando pratiche di resistenza, non solo individuali ma anche collettive, come le compagne del Campo lesbico di Agape che proprio in questi giorni stanno portando avanti una versione digitalizzata di questa bellissima esperienza. 

E per rimanere sul filone della visibilità lesbica come resistenza e destabilizzazione della norma, sono due gli spunti che vorrei proporvi.

Il primo sono le butch. Sono disturbanti le butch, bistrattate nella nostra stessa comunità, assunte come stereotipo ormai scaduto, queste lesbiche working class, nella storia, hanno spesso subito violenze indicibili per l’ostinazione di essere visibili e rompere così il dualismo di genere che assegna maschilità e femminilità ai corpi in maniera prescrittiva. Per chi fosse interessata a viaggiare alla scoperta delle butch, consiglio di leggere due libri, Stone Butch Blues di Leslie Feinberg (per chi legge in inglese, si trova scaricabile in modo legale e gratuito qua, ndR),  e Maschilità senza uomini di Judith Jack Halberstam. E per le butch nel cinema non possiamo non citare Federica Fabbiani, autrice di due perle di riflessione politica sul tema delle rappresentazioni delle donne e delle lesbiche nella produzione seriale e cinematografica mainstream (Zapping di una femminista seriale e Sguardi che contano): alcune delle sue riflessioni e visioni sulla butch cinematografica e seriale sono condensate nel contributo A volte ritornano. La rappresentazione della butch al cinema e in TV portato al convegno Performatività del dominio organizzato dal Giardino dei Ciliegi di Firenze nel settembre 2019. Le butch sono un «avamposto di resistenza lesbica e femminista», dice Federica, e io sono pienamente d’accordo, perché sono profondamente convinta che le butch scompaginino il binarismo del dualismo di genere, smascherando la presunta naturalità dei ruoli e delle performance di genere socialmente assegnati. Viva quindi la visibilità butch, nel cinema e nella vita.  

Il secondo spunto è il lavoro di Zanele Muholi, attivista visiva sudafricana nera che abbiamo avuto il piacere enorme di ospitare qualche anno fa al festival di cinema lesbico Some Prefer Cake. Zanele realizza da anni una ricerca visuale fotografando i volti e i corpi di centinaia di lesbiche e trans in Sudafrica: una pratica di attivismo che si incentra proprio sulla visibilità come strumento di autodeterminazione e come pratica di lotta contro gli stupri correttivi e le violenze che colpiscono le lesbiche nere sudafricane. La serie Faces and Phases raccoglie più di 500 ritratti fotografici in bianco e nero, una sorta di archivio, di genealogia collettiva, di sguardi e corpi che, seppure fotografati individualmente, sembrano davvero farsi coralità, trasmettendo un grande senso di empoderamento collettivo.

Con il fuoco della visibilità che per Zanele è Making the invisible visible, rendere visibile l’invisibile (ndR), spero che il 26 aprile sia un’occasione non per una richiesta, ma innanzitutto per una (auto)affermazione, anzi un vero e proprio atto di guerriglia semio-erotica contro il sistema eteropatriarcale: il mio auspicio è che, sul piano del discorso politico e della costruzione di immaginario che come lesbiche produciamo, il nostro lesbismo visibile non tranquillizzi, ma al contrario destabilizzi. Non confermiamo il binarismo di genere e il sistema costruito sulla sua naturalizzazione, non siamo semplicemente “donne che amano altre donne”, forse alcune lo sono, altre pensano invece che le lesbiche donne non lo siano per niente e godono a rileggere Monique Wittig, finalmente tradotta in italiano da diverse esperienze di traduzione collettiva femminista (Il pensiero straight e altri saggi, tradotto in edizione digitale dal Collettivo della Lacuna, Appunti per un dizionario delle amanti, tradotto dal collettivo Onna Pas per Meltemi Editore, Le guerrigliere, tradotto e ripubblicato dall’Associazione La Porta, reperibili, come tutti gli altri libri, nelle librerie femministe delle nostre città, a Bologna la Libreria delle donne). Non vogliamo vivere vite normali, in cui la nostra “diversità” sia “accettata”. Non abbiamo bisogno di fare ricorso alla categoria della natura per giustificarci nel concetto “siamo nate così”, né avvolgerci in drappi tricolore e farci usare dalla cosiddetta “civiltà” per ripulirsi la faccia. 

Vorrei che la nostra visibilità lesbica mettesse in discussione un sistema di oppressione imperniato sull’eterosessualità obbligatoria, sulla violenza maschile, ma anche sul razzismo e il pensiero coloniale, sull’abilismo, sul capitalismo neoliberista. Siamo fieramente lesbiche, insomma. E siamo troie, siamo grasse, siamo trans*, siamo disabili, siamo povere, siamo migranti, siamo streghe. E insieme lottiamo per liberarci.

Foto in evidenza: DiversityLab;
Foto articolo, nell’ordine: Repubblica;  Archive.stevenson.info

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