VISIBILITÀ LESBICA IN UNIONE EUROPEA

PICCOLO PROMEMORIA PER IL FUTURO 

di Paola Guazzo

La parola lesbica, di solito non pronunciata in sede di istituzioni dell’Unione Europea, è stata usata per ben 166 volte durante la conferenza on line sulla visibilità lesbica del 23 aprile, organizzata da EL*C (Eurocentralasian Lesbian* Community) e dall’Intergruppo Parlamentare Europeo sui diritti LGBT+.

Politiche e attiviste hanno espresso dichiarazioni incisive e senza precedenti, descrivendo l’Unione Europea come il luogo eteropatriarcale che è, quindi chiedendo che i fondi non ristagnino più nella gestione dei maschi bianchi. Tutto questo è emerso tre giorni prima di oggi, Giornata della Visibilità Lesbica, ed è stato un modo di celebrarla senza retoriche o piaggerie, bensì operativamente, dando voce a connessioni, istanze e progetti.

L’evento ha significativamente riunito parlamentari europee di tre intergruppi (diritti LGBTI, ARDI e Disabilità) e ne ha fatto parte un ampio fronte poltico, dai Verdi al Gue. Questo fatto incoraggia positivamente a configurare anche una “forma lesbica” nel futuro delle iniziative europee sull’uguaglianza di genere e sui diritti LGBTI.

Le partecipanti ai panel hanno affrontato le realtà lesbiche da un punto di vista intersezionale, che non comprende solo il genere e la sessualità. Sono stati affrontati anche i problemi di migranti, rifugiate e rom, nonché di lesbiche con disabilità.

Maria Walsh, europarlamentare e vicepresidente dell’Intergruppo LGBTI, ha parlato del fatto che, nella crisi da Covid-19, si sta producendo nuovamente un arretramento politico per le donne e la comunità LGBT+, insieme alla perdita di priorità dei diritti lesbici.

Anna Mrozek, del Ministero tedesco per le donne, la famiglia, gli anziani e la gioventù, ha confermato che, nonostante il Covid-19, la Germania intende realizzare un convegno europeo già preannunciato e molto atteso sulla visibilità lesbica, che dovrebbe svolgersi nel novembre 2020. In generale il suo paese vuole farsi carico delle problematiche lesbiche durante il suo semestre di presidenza del Consiglio Europeo, che comincerà a luglio di quest’anno.

Joëlle Sambi Nzeba, di EL*C, ha ricordato che solo il 3% della totalità dei fondi globali LGBTI vengono assegnati a progetti e associazioni lesbiche. La situazione è ancora peggiore in Europa, dove solo il 6% di quel 3% viene assegnato ad associazioni lesbiche non governative (ma le lesbiche sono mai state governative?). La parlamentare europea Malin Bjork, caro nome di cantante sperimentale amata dalle lesbiche, ha reagito alla pesante realtà affermando che farà di tutto per cambiare questi numeri. 

L’impressione è quella di un mondo di politiche sociali europee in cui le lesbiche possano conquistare, nei prossimi anni, spazi notevoli di emancipazione ed espressione su livelli plurimi. Tanta roba, come si dice nel gergo colloquiale della comunità italiana, e aggiungo: non sprechiamola. Per seguire queste svolte dovremo connetterci di più al nostro mondo comune, per ri-usare un titolo di Adrienne Rich, invece di perdere tempo a disquisire più o meno finemente sulla Gpa o sulle terf. Da Bruxelles è tutto.

Foto in evidenza: Europeanlesbianconference.org
Foto articolo, nell’ordine: OHCHR.org; wecf.org

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