2 agosto 1980, una data che ci ricorda la Strage di Bologna, una data che ci continua a parlare nel presente perché il terrorismo nero non nasce mai nel vuoto: cresce dentro crisi economiche, strategie della paura, nazionalismi, controllo sociale e costruzione del nemico interno.

In questo momento la violenza si sta esprimendo con ogni mezzo: bombardamenti, confini militarizzati, deportazioni, repressione del dissenso, criminalizzazione delle soggettività marginalizzate e produzione continua di bisogni e di panico sociale. La stessa logica politica: governare attraverso la paura, trasformare alcune vite in minaccia e altre in vite sacrificabili.

Oggi, mentre in Europa e nel mondo tornano linguaggi securitari e derive autoritarie, la strage di Bologna smette di essere soltanto memoria commemorativa, ma ci palesa una domanda politica ancora aperta: chi trae vantaggio da una società impaurita? E quali corpi vengono sacrificati per mantenere ordine, identità e potere?

Noi persone queer, trans*, migranti, razzializzate, disabili e marginalizzate conosciamo bene questa dinamica. Ogni progetto autoritario ha bisogno di categorie considerate “devianti” da isolare simbolicamente prima ancora che materialmente. La violenza comincia quando alcune vite vengono raccontate come incompatibili, indegne o pericolose.

Per questo ricordare Bologna dentro uno spazio queer transfemminista significa rifiutare una memoria neutra. Significa leggere la storia come un campo di forze ancora attivo, dove fascismo, patriarcato, colonialismo e capitalismo securitario continuano a intrecciarsi mutando linguaggio ma conservando la stessa ossessione per il controllo dei corpi e della possibilità collettiva di esistere fuori dalla norma.

La “norma” è una tecnologia di potere che organizza i corpi, le esperienze e le soggettività, distribuisce la legittimità delle esistenze e trasforma alcune vite in modello mentre ne espelle altre ai margini del dicibile e del desiderabile.
La memoria ci serve quindi a riconoscere le geometrie del presente e a farne le fondamenta per un atteggiamento critico del dissenso.