NON ERA PREVISTO CHE SOPRAVVIVESSIMO

CRONACHE DAL PRIMO LUSTRO: UNA RIVOLUZIONE LUNGA 50 NUMERI

di Mattia Macchiavelli

8435. I numeri nascondono sempre delle storie, alcune di queste terribili. Altre, invece, vivono di una meraviglia voluta ma comunque incredula, come la nostra: 8435 è il numero di protocollo che l’Ufficio registrazione delle testate giornalistiche del Tribunale di Bologna ha assegnato alla Falla, quella matricola che ci identifica come pubblicazione, dal 2 novembre 2016. Uno spartiacque. Prima siamo state stampa clandestina: due anni di creatività furiosa, di sperimentazione nei linguaggi e nelle tematiche; amo particolarmente la definizione “stampa clandestina” perché restituisce in pieno il fervore assoluto dei retrobottega carbonari in cui si preparano le rivoluzioni. Dopo, unte dai crismi dell’istituzionalità, ci siamo impegnate nella dizione e nel portamento, per il nostro debutto in società, senza però cedere di un millimetro sul terreno movimentista dell’ambizione: continuiamo a cambiare questo mondo. Uno spartiacque, perché La Falla ha reso il Cassero il primo circolo Arcigay d’Italia editore di un mensile, una sfida nobile e non scontata che la comunità casserina ha accettato con determinazione. La Falla ha in qualche modo restituito il favore: il nostro giornale è, infatti, figlio di una volontà politica precisa, di un percorso, di un Congresso e di un Consiglio direttivo che hanno creduto nel potere della cultura; il parto di un intero gruppo di persone che, con coraggio e scientifica follia, ha deciso di dotare il Cassero di uno strumento profondo, capace di parlare a chi abita le mura della Salara e a chi ne sta al di fuori.

La Falla nasce volutamente storta e faticosa da leggere e da maneggiare, testimonianza fisica dello sforzo quotidiano che ognuna di noi compie nel rivendicare ciò che è. La Falla nasce consapevolmente di carta, come estremo baluardo di resistenza, come furto a un incedere frenetico, segno di qualcosa che rimane in un consumo che è consunzione; è un’oasi nel tempo, da poter vedere e da poter toccare. La Falla nasce decisamente piegata, perché deve essere un oggetto da passeggio, perché la si deve poter mettere in tasca: c’è sempre un’evangelizzazione frocia dietro l’angolo e non possiamo farci cogliere impreparate.

Nasciamo come un’esplorazione ingorda di testi e immagini, tutta tesa al cortocircuito, al far inceppare le menti di chi la legge, nella speranza che il granello messo nell’ingranaggio possa far saltare tutto il meccanismo. Nei cinque anni appena trascorsi siamo state vestali di questa quadruplice e primigenia radice, l’abbiamo curata, accudita e fatta gemmare. Abbiamo potuto farlo grazie alla precisione chirurgica dell’orizzontalità redazionale: un gioco difficile da giocare, una grande macchina di dissoluzione dell’ego ma, allo stesso tempo, l’unica ricetta per garantire l’ambita polisemia. Perché La Falla, l’iceberg che – per i suoi detrattori – avrebbe dovuto causare il naufragio del transatlantico Cassero, è, oggi, una piazza dialogica rara, in cui ogni soggettività LGBT+, femminista e queer può trovare voce e rappresentatività. La Falla, da Cenerentola delle pubblicazioni, è, oggi, la restituzione delle spinte uguali e contrarie che ci agitano come movimento; non teme la contraddizione, anzi, la frequenta con rigore ed erotismo. Ma il nostro giornale è anche la planimetria per rintracciare le chiavi di volta che possono costruire la nostra comunità; leggere #La Falla# è, dunque, un atto politico, di distruzione e costruzione insieme, un esercizio del pensiero critico che dischiude al futuro.

Il funzionario del Tribunale di Bologna che ci ha assegnato il numero era un soggetto particolare, solito uscire dal suo ufficio gridando: «E allora chiamate i gendarmi!» (sic!). Forse ci aveva visto giusto. Chiamateli, questi gendarmi, perché, come scriveva Audre Lorde, non era previsto che sopravvivessimo: chiamateli, perché oggi comincia il secondo lustro della Falla.

Pubblicato sul numero 50 della Falla, dicembre 2019

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